La delicata questione dell’indipendenza catalana si è infilata dentro la cronaca con la tenacia e la veemenza tipica della coriacea indole spagnola, una inquieta passionalità ben allevata da secoli....
Ci sono tutte le premesse e i precedenti storici nell’ incedere di dichiarazioni al carminio, solennemente altere, infilzanti, come banderillas conficcate dentro la groppa del toro. L’evolversi della sfida a suon di sberle tra le istituzioni spagnole e il parlamento catalano viene rappresentata in un crescendo di toni aspri e puntigliosi. Nulla di sfocato appare in questa rivolta, nulla di sbilenco negli sguardi dei protagonisti.
Questo anelito alla separazione certamente contiene qualcosa di misterioso e d’incomprensibile, come se riguardasse una paradossale chiamata alle armi o alla sollevazione da una ipotetica tirannide all’interno di un regime democratico e parlamentare. Tuttavia non si tratta neanche di acqua fresca, magari simile ai nostri referendum sull’autonomia così castigati e innocui, persino noiosi. Laggiù le cose funzionano in modo diverso, quando si parte si parte, non c’è mediazione, non c’è possibilità di compromesso.
A pochi passi dalla Catalogna si è conclusa solo qualche anno fa un’altra storia di lotta per l’indipendenza, o di secessione, quella del popolo basco chiamato nella loro lingua “Euskal Herria”. A voler comprendere, dentro una cornice storica, cosa è stata questa lunga e sanguinosa lotta dell’ETA, e a quale terribile conclusione abbia portato, ci può aiutare la lettura del romanzo intitolato “Patria” – Ed. Guanda - dello scrittore Fernando Aramburu. Un titolo emblematico perché non esiste una sola Patria ma tante Patrie ognuna buona per essere idealizzata e richiamata nelle sue tradizioni, nelle sue origini e nei suoi linguaggi, spesso coloriti ed oscuri. Patrie che spuntano ancora come arabe fenice, che rinascono dagli anfratti inceneriti della storia, dalle necessità timorose degli uomini, attraverso rievocazioni di improbabili età dell’oro e tracce di miti antichissimi.
Aramburu descrive un popolo duro, indomito, imponente per la sua pervicacia nel salvaguardare la purezza della razza basca e per il suo assoluto integralismo. In cinquant’anni di atti terroristici, esecuzioni e attentati, l’ETA ha lasciato sul campo quasi mille morti ammazzati. Sino all’anno 2011 quando il gruppo separatista, sfinito e deluso, privo di sostentamento, ha ufficializzato la fine dello scontro armato attraverso un video pubblico. C’è da dire che all’inizio delle ostilità la “nazione” basca poteva già contare di una vasta e corposa autonomia sia legislativa sia fiscale, aveva i suoi costumi, i suoi riti, una sua lingua ufficiale, un inno e una bandiera. Per certi versi si autogovernava. Ma tutto questo non era giudicato sufficiente.
Nel libro viene ricostruito il trauma e l’esasperazione di due famiglie molto amiche, cresciute praticamente insieme, prima di essere irrimediabilmente divise dalla lotta per l’indipendenza. Due famiglie vissute quasi a braccetto in una piccola comunità vicino a San Sebastian le cui vite vengono stravolte dall’assassinio del Txato, marito e padre di tre figli, piccolo imprenditore del ramo trasporti preso di mira dai rivoluzionari baschi con l’accusa di sfruttamento e oppressione della classe operaia, per quanto egli stesso originario, rispettoso ed orgoglioso delle sue origini basche, e ciò nonostante abbattuto dal nucleo armato di Joxe Mari, figlio dell’altra famiglia, entrato in clandestinità poco più che ventenne.
Un racconto doloroso e palpitante in cui l’odio, la lacerazione e l’incerto destino coinvolge tutti, delineando il dramma umano e sociale che soggiace ai meccanismi perversi e ineludibili del conflitto tra consanguinei che si dipana tragicamente spargendo crudeltà e spietatezza ad ogni angolo e ad ogni incrocio, costringendo a camminare sul lato opposto del marciapiede e a reprimere i propri occhi per non guardare il dirimpettaio che un attimo prima era considerato amico, conoscente, persino familiare: l’incredula accettazione di un fanatismo brutale e ignoto che irrompe, sconvolgendola, l’esistenza di un intero popolo.
Una storia di fierezza per gli uni e di indicibile sofferenza per gli altri, in cui persino la presenza di Dio viene ingannata, mentre ciò che rimane è la pericolosa vacuità di certe spregiudicate riproposizioni di principio, di certi proclami ineffabili destinati spesso a lastricare il terreno di morti e di polvere, appena rilucente nella tenue luce del sole. Al termine delle seicento pagine di racconto, proprio nelle ultime righe le due madri si incontrano quasi casualmente dopo vent’anni di disperata ostilità, salutandosi con un simbolico abbraccio. “Le due si guardarono un istante negli occhi prima di separarsi. Si dissero qualcosa? Niente. Non si dissero niente.” Poche infatti restano le parole che si possono aggiungere ad un terribile e ingiusto azzardo.
Pubblicato il 07 Novembre 2017 su

