Non dimentichiamolo, scrive Michel Serres, la vita rischia sempre di essere sterminata dalla morte. Nel suo lungo e periglioso cammino, sin dagli inizi, l’umanità si è sempre fatta inghiottire,
con una coscienziosità disarmante, dentro sanguinose lotte per la supremazia, in guerre crudeli e terrificanti, comunque giustificate e avallate, senza imbarazzo, da imprescindibili e oneste ragioni di opportunità, quasi sempre di natura economica o religiosa; enormi campi di battaglia infestate da nauseanti macelli, puzzolenti di cadaveri giacenti inermi e superflui in ogni fossato, su ogni pianoro: dalla carneficina achea sotto le mura fumanti di Troia sino alla spaventosa bomba di Hiroshima.
Leggendo il libro di Serres, “Darwin, Napoleone e il Samaritano” – ed. Bollati Boringhieri – tuttavia risulta chiaro come l’autore voglia smarcarsi da questa triste filosofia della storia in cui il bene e il male si rincorrono all’infinito, sforzandosi di far diventare accettabile l’idea che invece a primeggiare nelle faccende umane possa riuscire la vita a piegare definitivamente la morte, la gioia il dolore, la comprensione il terrore, auspicando che le sorti del prossimo futuro non siano più trascritti da Homini lupus, da un branco di criminali famelici, da gruppi di spietati predoni dediti a maneggiare le armi per impadronirsi di territori, schiacciare i più deboli, praticare la schiavitù, tagliare teste, punire con la morte individui innocenti come perpetuato dal tempo dei Cesari, passando per le devastazioni Napoleoniche sino alle micidiali ferite delle guerre mondiali.
E’ altrettanto vero che da almeno settant’anni non si verificano più massacri come in passato e che la conquista e il saccheggio sono abitudini meno ricorrenti, anche se rimane come monito il riscontro angoscioso che neanche il 10 % del tempo intercorso tra il primo giorno che l’uomo ha messo piede sulla terra sino alla fine dell’800 è stato dedicato alla pace.
D’altra parte Serres è un vecchio cocciuto e irragionevole, andare controvento a quasi novant’anni deve essere l’impianto del suo destino. Per questo il suo resoconto sulle tragedie dell’umanità sembra più un appello accorato e convinto a cambiare rotta, a incrociare il rispetto e la fiducia dell’altro, a prendersi cura dell’ambiente circostante. Tanto per orientarci verso una possibile speranza di pace ricorre alla parabola del buon Samaritano che soccorre il forestiero ferito riverso sul ciglio della strada. Gesti di buon auspicio in un mondo frastornato da venti torbidi di fastidio e di paura. Servirebbero parole dolci, come le chiama lui, anzi “bombe dolci” per arginare e contrastare la durezza dell’uomo bandito, uomo dispotico, uomo stupido. E’ rassicurante il parallelo tra la dolcezza del mare e la durezza della roccia. “In millenni di anni il mare non ha lasciato per strada una goccia, nel frattempo il monte, sbriciolandosi, è diventata pianura”. Il dolce, col tempo, vince sul duro.
Questo lascia ben sperare nella ragionevole aspettativa di recuperare forme benefiche di convivenza e di dialogo che siano più consistenti e durature dalle evanescenti utopie velleitarie trasformate ben presto, come spesso è accaduto, in ulteriori presidi tirannici con scie di sangue e di oppressione. Questo perché le incursioni del bene e del dolce nella storia efferata dell’uomo somiglia purtroppo quasi sempre ad una illusione passeggera, un impulso di bontà estemporanea, un’arrendevole miraggio dello spirito, che non ha trovato la forza e il tempo per cementarsi all’interno della sua cavità pulsante, facendone la sua pura essenza, non ha mai preso il sopravvento nella narrazione degli eventi, rileggendo e tramandando spesso in una cornice confortevole e generosa, anziché ripudiarli, la devastante catena di violenze e atroci delitti cui ha partecipato. Darwin ce lo ha spiegato sin troppo bene come la necessità e l’arbitrio nell’evoluzione della specie ha dovuto fare i conti, contaminandolo con lutti e delitti, con il nostro percorso su questa terra. Ogni tanto un buon samaritano si affaccia, si denuda, si colpisce il petto ma poi l’orgoglio dell’uomo, la sua spietatezza, la sua vocazione autodistruttiva rinasce legittimata e trasfigurata in sapiente virtù. La morte come motore della storia. Il campo di battaglia come spazio e tempo di confronto.
Nel nostro quotidiano non sembrano più esserci samaritani che aiutano, che assecondano, che rischiano progetti di convivenza felice, non c’è spazio per nessuna visione benefica e convincente, nessuna inclinazione universale che rafforzi la tolleranza tra gli uomini. E’ ancora un susseguirsi di prepotenze e di sfide tra poteri finanziari e sopraffazioni politiche in cui la dinamica spietata della disuguaglianza è diventata così pervasiva e umiliante che appare stupefacente persino l’idea di trovarci ancora in un periodo di pace e di benessere. Per questo il mondo sembra sospeso, in una perpetua apprensione, quasi in attesa di gravi conseguenze in cui essere risucchiati.
Pubblicato il 14 Dicembre 2017 su

