Il volto giulivo ed entusiasta della direttrice di banca che intona un accorato inno alla gioia per la sua Filiale, ha fatto impazzire il web scatenando una famelica sharia di sfottò mediatici e frasi ingiuriose rivolti contro l’ignara ragazza la cui unica colpa è quella di aver partecipato con un video ad una competizione interna organizzata dalla sua azienda.
Ciò che invece andrebbe approfondito è lo scopo, il fine recondito che l’evento voleva raggiungere e cosa abbia provocato quella incredibile performance, così disinvolta e incontenibile, da parte della direttrice. Va detto che quello del bancario è sempre stato un mestiere disciplinato, senza particolari svolazzi. E’ stato, ed è, un mestiere alla portata di tutti: un po’ di impegno, un po’ di dedizione e tanta ambizione. Cose così, senza esagerare. Tratti somiglianti, d’altronde, a tanti altri mestieri. Negli ultimi decenni però questo lavoro ha subito una mutazione antropologica, una micidiale metamorfosi, più profonda della muta dei serpenti.
A suo tempo il bancario e il cliente non sottoscrivevano solo contratti, stringevano patti per la vita. Non sarà stato certo sempre rose e fuori, ma il bancario era conscio della sua identità, della sua competenza, del suo ruolo sociale e il cliente si fidava del suo partner, che in buona sostanza rappresentava anche il suo unico consulente finanziario. Nella conduzione del business ci guadagnavano entrambi ed il settore del credito impregnava con la sua presenza i gangli vitali dell’economia.
Sarà stato lo snodo terrificante della crisi finanziaria, sarà stata la debolezza strutturale del nostro sistema creditizio, costruito più sul consenso politico-elettorale che sull’efficienza, o sarà stato l’avanzata di un nuovo rampante management che ha ridisegnato un sistema valoriale incentrato sull’ossessione dei risultati e su un’aggressività commerciale asfissiante, ma nell’ultimo decennio il mestiere di bancario si è maledettamente complicato, scoprendosi vulnerabile, instabile e scomposto persino nella sua metodica gestualità, indeciso nel convertirsi alle nuove filosofie spersonalizzanti che reclamano repentini cambiamenti di mentalità con prestazioni incardinate sul modello dell’eccellenza assoluta. Si potrebbe ovviamente obiettare, che le condizioni economiche sono cambiate, che il mondo è cambiato, e che quelli erano tempi gloriosi in cui le banche tiravano su utili a palate. Anche oggi però le banche guadagnano molto, soltanto che i propri guadagni sono stati promessi agli azionisti. Recenti dichiarazioni hanno confermato che l’utile dell’azionista è una variabile indipendente nella moderna dinamica produttiva. Naturalmente, da un certo punto di vista, questa strategia appare legittima pur procurando in prospettiva sempre maggiori disuguaglianze economiche oltre a inasprire il dubbio, anche esso legittimo, che il bancario non sia poi tanto felice, mentre gli azionisti lo sono.
Il vincolo del dividendo tende a forzare il tempo di lavoro con ritmi sempre più frenetici, deprime lo stato d’animo dei dipendenti facendoli sentire pedine inconsapevoli del grande business. Ecco perché le aziende, e non solo le banche, hanno necessità di progettare iniziative motivazionali sempre più enfatiche, offrire al proprio personale prospettive visionarie, vagheggiare traguardi inesplicabili, lusingarli con promesse e linguaggi altisonanti. Sono le storytelling furbe e affascinanti delle aziende che irretiscono e danno sollievo ad ogni frustrazione, ad ogni sconforto. I dipendenti di Banca Etruria o della Veneto Banca conoscono le storie avvincenti che venivano propagate pur di raccattare la loro dedizione. Era essenziale non mettere mai in discussione la loro felicità, loro dovevano sentirsi per forza felici. E le slide erano lì per dimostrarlo!
Adriano Olivetti assumeva professori di filosofia e letterati per gestire le sue imprese. Sapeva che un dipendente felice lavorava il doppio, ma sapeva anche che la persona per essere felice doveva stare bene prima con se stesso, avere rispetto ed essere rispettato sul lavoro, crescere in sintonia con l’azienda sentendosene parte integrante. I dirigenti erano persone cresciute nello stesso ambiente, stimati ed esempio per tutti. L’azienda si dava da fare per i propri dipendenti, li faceva sgobbare, ma poi li premiava. Questa assonanza oggi non è più funzionale. Oggi la Ryanair stringe anche sui tempi delle ferie per sostenere gli utili, pur sapendo di danneggiare i dipendenti.
Se il personale di un azienda si sente motivato e soddisfatto non ha poi tanto bisogno di essere esacerbato con gare e competizioni interne. Il ricorso allo strumento subliminale del contest non agisce sulla responsabilizzazione e maturazione professionale, ma serve a tenere su con uno spillo l’area del disincanto e del disagio, esaltando in modo provvisorio e spregiudicato le prodigiose esibizioni in parte latenti dell’animo umano. Tanta è a volte la sollecitazione che poi qualcuno si espone più del dovuto pensando inconsapevolmente di essere in linea con i dettami aziendali. La creatività è consigliabile sprigionarla in privato, in luoghi dove la felicità risulti più autentica e meno imbarazzante.
Pubblicato il 14 Ottobre 2017 su

