Dispiace e un po’ deprime il triste degrado che sconvolge per l’ennesima volta il mondo universitario, depositario per sua stessa natura di valori nobili e virtuosi, con l’indecoroso ripetersi al suo interno di scandali e pratiche corruttive. Con un pizzico di autolesionismo si potrebbe osservare che l’intrigo e l’arbitrio sono diventati i segni distintivi della dimensione inquinata del malcostume italico: cioè quella subdola
maestria nell’aggiustare le cose, nel truccare i concorsi, nell’ostacolare e affossare, con note di biasimo, l’emersione del talento, nella spartizione del potere e del suo briciolame untuoso, nell’arrogarsi posti e sistemazioni e ad elemosinare prebende.
Viene da chiedersi, con un certo allarme, se questi episodi nella cui opacità riluce il malaffare, diventato oggetto di analisi persino dal pool anticorruzione di Raffaele Cantone, non siano solo la punta di un iceberg sotto cui si annida una paradossale inconcludenza cioè il decadimento progressivo ed inesorabile dell’intera attività scolastica che oltretutto mortifica l’impegno e la tenacia di molti attori scolastici tra cui valenti insegnanti.
Si tollera da tempo uno scivolamento perverso in reputazione e prestigio, tanto da non sembrare azzardato affermare che il mondo della scuola, non solo quello apicale dell’Università, sia sempre più slegato dal bisogno di istruzione e di apprendimento, che la sua autorevolezza invece di essere tutela e garanzia di avanzamento e di tenuta identitaria di un popolo e di una nazione, non si stia palesemente ridimensionando a pigro strumento burocratico, ovvero un’informe, colossale perdita di tempo in cui i ragazzi, costretti dalla consuetudine, e dal non avere niente di meglio da fare, frequentano le aule, svolgono i compiti, trascorrendo le poche ore di lezione nel tentativo supremo di resistere sdegnosamente allo studio fino al fatidico traguardo del diploma o della laurea. La scuola sembra diventata pura illusione del sapere e inizia a nuocere agli stessi ragazzi.
Non per niente il nodo scorsoio della crisi esistenziale dei giovani, immersi in mille dubbi e incertezze, inizia il mattino dopo aver conseguito la laurea e non tanto, o non solo, perché è difficile trovare lavoro ma anche per la modestia dell’intero percorso formativo non più abile a dare loro punti di riferimento, bussole per orientarsi, padronanza dei propri mezzi, tranne una sempre più mediocre preparazione culturale. Un paese che non investe in cultura e istruzione senza premiare il merito e infondere la conoscenza, non progredisce nel sociale e arretra anche dal punto di vista economico. “Una popolazione più istruita, scrive a più riprese il grande economista Joseph Stiglitz, porta a livelli di innovazione superiore, ad una economia robusta e a redditi più elevati.”
Non si riesce invece a risalire la china con una classe dirigente magari volenterosa, ma inadeguata, che si occupa di scuola con la stessa disinvoltura con cui un imbianchino pennella un fabbricato in un giorno di pioggia torrenziale, trascinando il sistema scolastico in un traboccante caos, con meccanismi organizzativi inceppati, ed una liturgia sulfurea dove la formazione dei ragazzi non sembra più l’obiettivo più prezioso, schiacciata probabilmente da altre necessità. Una scuola di fatto screditata in una serie transitoria di rituali spelacchiati, di tecniche di apprendimento e programmi spuntati, a cui cerca di fare argine la volontà e la creatività residua di alcuni insegnanti che ancora si sforzano di testimoniare la loro cura e la loro abnegazione verso l’istruzione.
Un sistema imprigionato da una incomprensibile appiattimento sulle competenze, invece di pensare a stimolare, a innescare micce, a far crescere lo spirito, favorire la scoperta eccitante di nuovi mondi. Purtroppo si disperde tutta l’energia in estenuanti e improvvisate evoluzioni a cui si assiste sempre più interdetti. Così sembrano queste idee bislacche di introdurre lo smartphone in aula anziché combatterne l’uso indiscriminato e deleterio, gli aneliti a ridurre di un anno la scuola media superiore in un periodo dove si direbbe indispensabile uno sforzo ancora maggiore di tempo e di intensità per catturare l’attenzione degli studenti, per vincere il loro quasi naturale istinto al disinteresse e all’indifferenza, oppure eliminare del tutto (come afferma il neo consulente del ministro) le prove scritte per concentrarsi su semplici riassunti di letture, tutti segnali che certificano un arretramento sconsiderato verso il minimo sforzo intellettivo, l’accompagnamento compiaciuto verso un mare magno di ritrosa approssimazione culturale, il tentativo di sradicare dalla mente dei nostri giovani l’idea millenaria che lo studio è anche sacrificio e applicazione e che, assieme ad una consapevole noia, ha caratterizzato la formazione di intere generazioni. Nessuno è morto per questo, diceva Umberto Eco, ed era un modo di studiare, precisava, che forse non dava risultati sempre in sapienza, ma sicuramente formavano il carattere dei ragazzi. Ma il mondo della scuola è diventato da più angolazioni un guazzabuglio inguardabile.

