Preferiamo più un film ricavato da un libro, che ovviamente abbiamo letto, o lo riteniamo sempre e comunque un suo surrogato futile e sbrigativo? E poi perché sono sempre in agguato le ragioni dello svilimento del film “liberamente” tratto da un libro di successo?
Certo, sospiriamo, il film ha il suo fascino, ma il libro è un’altra cosa. Questo ripetitivo e un po’ snervante paragone riaffiora sempre dopo la proiezione di una pellicola e si sovrappone al giudizio di qualità implicito nelle due espressioni artistiche, alterando il nostro giudizio.
Questo è accaduto anche al recente “American Pastoral”, il film di E. McGregor tratto dal capolavoro letterario di Philip Roth pubblicato per la prima volta nel 1997. Certo il confronto con la seduzione del libro sembra non tenere mai, l’intima soddisfazione che attendiamo dalla visione del film fa fatica ad emergere, forse perché lo guardiamo attraverso l’impercettibile obbligo dell’accostamento e della similitudine al testo. Al cinema gli spettatori pretendono di avvertire lo stesso appagamento emotivo trovato nella lettura senza quasi mai riuscirci. Diventa poi seccante accostarsi al film con l’intento di ritrovare la trepidazione e il piacere interiore della lettura solitaria, gli inesauribili dettagli che scavano nel profondo. C’è una scena, ad esempio. all’inizio di American Pastoral in cui il regista presenta il protagonista del racconto di Roth, cioè Levov lo Svedese e per farlo avvicina la macchina da presa lentamente verso una vetrinetta dove sono stati custoditi tutti i suoi trofei vinti ai tempi del liceo, mettendo poi in primo piano una foto con il suo faccione morbido e solare; due minuti di filmato sintetico ed esauriente. L’incipit dello scrittore nel presentarci Lo Svedese invece pervade un intero capitolo di 40 pagine in cui scrive: “…non ho dimenticato lo Svedese che placcato dagli inseguitori, si rialza lentamente, scrollandoseli di dosso, alzando lo sguardo ribelle al cielo autunnale, sospirando mestamente, e torna al piccolo trotto verso il gruppo dei compagni”.
C’è in fondo tra i due generi di linguaggio una continua contaminazione che non toglie, ma aggiunge sempre qualcosa. A volte guardiamo il film per apprezzare meglio il libro e a volte per aiutare a capirlo. Ma non si possono mischiare le due cose. Nella corrispondenza epistolare tra il regista Mario Martone e la scrittrice Elena Ferrante (La Frantumaglia, ed. e/o) a proposito della sceneggiatura del suo L’amore molesto egli afferma di non poter ricreare scenograficamente gli ambienti descritti nel libro perché….”vedere sullo schermo è inevitabilmente diverso dal vedere con l'immaginazione”. Per certi versi scorriamo il libro con gli occhi facendo leva sulla nostra fantasia, siamo di fronte al testo, ci entriamo dentro e ne diventiamo protagonisti, premurosi e liberi di spaziare sognanti con la mente, oltre le mura circoscritte della trama, fino a sorvolarne le pagine. Un film non restituisce quasi mai questa magia, la complessità della storia con i suoi mille rivoli scompare per trasformarsi in illusione scenica, in finzione che diventa sostanza, perché il cinema un po’ ridisegna la realtà e la reinterpreta, la racchiude. Dal libro di Roth, Pastorale Americana, si sarebbero potuto trarre almeno dieci film con angolature diverse ad iniziare dalla storia di una famiglia ebrea trapiantata in America, dalla guerra in Vietnam, dalle conseguenze sociali di un capitalismo arrembante e tremendamente conflittuale, sulla rivolta del potere nero, sul conflitto tra generazioni, etc.. Il regista ha scelto la strada a lui forse più congeniale preferendo lasciare ai margini il profondo degrado sociale e politico che ha infranto il sogno americano (tema che oggi sarebbe stato di grande attualità), privilegiando invece lo smarrimento e l’incapacità comunicativa soprattutto nel rapporto padre-figlia.
Non sarà stata una scelta facile e scontata ma siamo stati comunque catturati e immersi nell’atmosfera misteriosa del film dove tutto ciò che scorre sullo schermo si cristallizza e diventa mitico all’istante. Tanti sono stati i film che hanno impresso nella nostra memoria tracce indelebili attraverso scene suggestive, musiche indimenticabili, monologhi e dialoghi esemplari, inquadrature e primi piani tagliati ad arte. Ed ecco perché ogni volta che penso al Grande Gatsby mi ritrovo davanti il biondo e affascinante Robert Redford, così come rivedo il truculento Kurtz descritto da Conrad nel volto tenebroso di Marlon Brando, mentre ogni qual volta ripenso al pescatore del Vecchio e il Mare di Hemingway, il vecchio Santiago che si addormenta nella sua capanna sognando i leoni, lo riconosco nel volto ardente e sfinito di Spencer Tracy.

