Ma davvero, si chiedeva Milan Kundera nel suo libro “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, la pesantezza è terribile e la leggerezza meravigliosa? Ed inoltre non sembra paradossale che la leggerezza diventa insostenibile proprio nel momento in cui sentiamo attenuarsi quel perenne macigno di fatica e di angoscia, quell’immancabile e tremendo fardello che ci trasciniamo dentro tra giustificate ambizioni e mille sconforti?
Magari ci lamentiamo se restiamo schiacciati dal nostro vivere quotidiano, prodighi di certezze sempre più inadeguate, però respingiamo come inutile e fastidioso la ricerca di nuove fonti di benessere interiore, dubitando del nostro coraggio, per paura dell’ignoto, del misterioso e del magnifico che pure serbiamo dentro di noi. Allora è forse l’abisso di arrendevolezza in cui siamo precipitati che ci fa considerare insostenibile ogni appagante leggerezza?
Invece la leggerezza esiste. In qualche misura è come la felicità, bisogna cercarla, intuirla, procurarsela. Quando si nuota per esempio la leggerezza ci avvolge. Non è l’acqua che diventa leggera frantumandosi per le nostre bracciate ma siamo noi che diventiamo leggeri mentre ci infiliamo dentro con il nostro corpo pesante e problematico. La sentiamo solleticarci, la misuriamo con il respiro, la sentiamo ammorbidire i nostri sforzi, e mentre la stanchezza si sbriciola, smettiamo di essere impazienti, smettiamo di bofonchiare, azzeriamo le preoccupazioni, le paure, i grugniti che prima del tuffo ci opprimevano; mentre galleggiamo ci arriva una sensazione di liberazione e di estraniamento, pur rimanendo sempre presenti a noi stessi.
Ho letto che i muscoli dei dorsisti sono più leggeri e sottili degli altri nuotatori. Nuotando a dorso le spalle rimangono appoggiate sull’acqua che le sostiene, le addolcisce, il volto proiettato in su osserva il tetto della piscina, le bandierine colorate che segnano il passaggio, il luccichio dei fari, le curvature del cemento; a dorso ci si muove benissimo all’incontrario, trasportati quasi per inerzia, si conosce il percorso a memoria e troviamo il modo per penetrare con lo sguardo ancora più su, oltre il tetto, volando via anche con i pensieri, con gli occhi socchiusi infilati nella maschera e la mente aperta, pronta a catturare ogni sensazione, ogni fruscio emozionante dell’anima.
In quel momento ci sentiamo leggeri come piume e il nostro corpo diventa soffice soffio trasportato dal vento in forma di brezza. Questa è una leggerezza consapevole e sostenibile. La stessa leggerezza che ispira l’enorme donnona ritratta da Botero o che suggerisce Matisse nel dipinto “la danza”.
Ed è poi senz’altro vero che nel nostro presente esempi di leggerezza sono difficili da cogliere tra la spietatezza della crisi economica e il ristagno della sfera politica sempre più oggetto di rassegnazione e di rigetto, un’epoca in cui l’empatia si trasforma in apatia o spicciolo antagonismo, in cui le regole di civiltà e di convivenza tendono a sciogliersi in odiosi individualismi, alterati da esercitazioni primitive di rancore e risentimento, ed in cui i nuovi paradigmi non tengono più conto di un sistema di valori e convinzioni che sostenevano un intero mondo. Siamo diventati senza mondo.
Questo peso che tende a schiacciare il genere umano Nietzsche lo ha rappresentato in forma di cammello, la bestia da soma per eccellenza, che si muove afflitto e trasandato in territori accidentati, in attesa di potersi progressivamente tramutare in magia sognante immaginata dal volo di uccello, simbolo di libertà e di leggerezza. Da parte sua Calvino raffigura la leggerezza nelle vesti allegoriche di Perseo che cavalca il suo mitico cavallo alato, Pegaso.
Per potersi librare nell’aria è però necessario scuotersi dal magone e dall’oppressione quotidiana, e disporsi in un cammino infinito di leggerezza che significa nuovo senso e non certo fragilità o facile evasione, in modo da scongiurare l’attuale pesantezza di spirito dal pianificare un’imbarazzante insoddisfazione permanente. Purtroppo la difficoltà del momento per la dispersione di valori secolari, per la rincorsa all’utilitarismo, ci ha fatto credere che la virtù del genere umano era tutta nel gratificarsi in sfide sempre più estreme e irragionevoli negli spazi della modernità sempre più tumultuosa e ossessiva, scacciando regole naturali del saper vivere e del saper catturare il tempo migliore, che ora sembra restringersi in un solo attimo, riempiendolo anche di poche cose, forse meno utili, ma vitali.

