Può risultare davvero curioso mettersi a scrivere un romanzo della Nazione, quella con la N maiuscola intendo, quasi a dispetto di un'attualità sbriciolata, fatta di minuzie, di cicalecci inconsistenti e a cui, malgrado tutto, ci siamo mestamente abituati, sempre più rassegnati all’idea che la nostra nazione stia scivolando verso una mediocrità informe ("una mediocrità bisognosa di tutela", direbbe Amleto).
Scrivere un romanzo sulla nascita di una Nazione che latita, che non c’è, o di cui si conserva un vago ricordo, appare comunque un esercizio coraggioso e ammirevole, un encomiabile sussulto di reclamata dignità da parte di un popolo intero, che prova per un attimo a relegare in un angolino le mille inadeguatezze e divagazioni quasi sempre ingabbiati in un esasperante e indigesto chiacchiericcio così mortificante da non potersi rappresentare. Ed anche per questo il Romanzo della Nazione scritto da Maurizio Maggiani diventa una lettura necessaria, una boccata di ossigeno, un bisogno di vederci chiaro, un luogo dove indugiare sui motivi e sui risvolti di un’epopea, luminosa e travolgente, che pure ci ha appartenuto.
Quello di Maggiani è un libro senza trama, una rincorsa fremente, un girovagare scaltro tra le curve strette e scivolose del nostro passato, dove non c’è mai fine, è sempre un punto e capo, un andare e venire ininterrotto di minuscoli gesti quotidiani centrati sulla costruzione di una Nazione; la storia, si trasforma così in affresco affascinante, una saga collettiva e popolare, che prende a riferimento un lunghissimo periodo dall’Ottocento a seguire, riempita di memoria palpitante ed in cui la difficoltà principale sta proprio nel bloccare il flusso della scrittura, arrestarla ad un certo punto, sta nel racchiudere e contenere gli inevitabili intrecci, perché a narrarla “la vita è più complicata e lunga di un romanzo”.
Si rivivono le vicende di una umanità che sognava e lavorava duro portandosi a casa il lavoro, se necessario, senza però mai smettere di sognare; si sente la fatica e la speranza di intere famiglie, vita di donne e di uomini dai nomi emblematici e altisonanti, come mamma Adorna, nonno Garibaldo, che si sono spinti sino a tanto, con il coraggio, la fermezza e l'umiltà dei forti la cui impresa diviene fonte limpida, nerbo portante della nazione che si sta costruendo, anche nel modo di tirar su i figli come tutti i padri di ogni tempo, con tenerezza e slancio vitale, “a viva voce”, mentre oggi cresciamo i nostri figli quasi con rassegnazione, con disagio e con paura.
Il racconto scalpita in un zigzagare vorticoso intorno alle tante voci trepidanti che solcano le tracce del nostro esordio furioso e glorioso di nazione, dove le parole a volte non sembrano scritte ma cantate da un coro di persone consapevoli di fare la storia, la loro storia, perché, bisogna dirlo, la storia non siamo noi, ma erano loro, quei padri costruttori che ci hanno voluto proteggere dalle apprensioni e dalle turbolenze che sentivano sempre in agguato, che ci hanno dedicato il loro tempo per poi vederselo sciupare. Ci siamo alla fine presi lo sfizio di rendere incompiuta la loro storia: “perché loro sono finiti, e così la storia è finita anche lei”.
E poi l’utopia collettiva animata dai valori saldi e imprescindibili che a volte accomunano gente umile e classi agiate, perché in questo campo, nella formazione di una Nazione, un elettricista sopravvissuto a Al Elamein somiglia in audacia e volontà ad un primo ministro che si chiamasse pure Camillo conte di Cavour, perché quando si fa la storia non c’è niente da fare, si è tutti uguali e tutti si sta remando nella stessa direzione. Era questo il collante che li univa, si davano da fare e lo facevano tutti insieme, una grande forza costruttrice che cresceva dentro ad ognuno sentendola come una grande opportunità in cui buttarsi dentro, loro contro qualsiasi sorte avversa, contro qualsiasi destino, perché dice l'autore “il fato gli fa una sega alla volontà degli uomini”.
E poi si cantava tutti; e lo si faceva per strada, in casa, mentre ci si radeva, quando si cantavano le ninna nanne o si sferruzzava a maglia, quando ci si metteva in marcia, a piedi o in bicicletta; la costruzione di una Nazione deve trasformarsi per forza in colonna sonora per orientarsi meglio, per sentirsi parte di un movimento, di un destino comune, per allontanarsi più in fretta dalla miseria, alla ricerca di spazio, di visione, di nuova energia. E cosa importa se ogni tanto viene da dire che “non era questa l’Italia ch’io sognava”? Intanto quelli erano i tempi in cui si costruiva una Nazione.

