Nel libro “Fahrenheit 451” viene rappresentato un corpo di vigili del fuoco, corrotto e spietato, al servizio di un potere tirannico che perseguita, sanziona e punisce ogni pensiero libero e indipendente. In particolare non viene tollerato il possesso di libri, poiché, com’è noto, la lettura insinua il turbamento, provoca tumulti interiori, fa pensare. Meglio trattenere la gente davanti al televisore dove far seguire con avida partecipazione, in un permanente Grande Fratello ante litteram, tutti gli eventi della comunità proiettati sulla parete del proprio salotto.
I pompieri, deviando ovviamente dalla loro emblematica funzione originaria, irrompono dentro le case, ammucchiano i libri e attivano il loro lanciafiamme, riducendo tutto in cenere. In questa aberrante storia di fantascienza la funzione dei pompieri è quella di mettere a nudo, scoperchiare, per così dire, la vita stessa delle persone, omologandola al pensiero unico. Ray Bradbury scrisse questo romanzo visionario nel 1953 immaginando un futuro orrido ed intollerante, che si sarebbe realizzato proprio ai nostri giorni, nel 2022. Non poteva sapere che la comparsa del digitale avrebbe surclassato l’indolenza avvilente e soporifera delle immagini televisive. Il web, difatti, da un lato esalta l’esistente, dall’altro lo falsifica, propagandolo all’infinito. Trattenendone le tracce, rielaborandole, frantuma l’oblio. Niente può essere dimenticato, niente può essere nascosto e quindi niente può dirsi più inedito.
E’ pur vero che tutti vorremmo lasciare un’impronta, pure minuscola ma indelebile, del nostro passaggio. Le tracce vivono di memoria, danno un senso, replicandosi, allo scorrere del tempo. Rivelano i nostri comportamenti, svelano i nostri sogni. In loro assenza si dimenticherebbe ogni cosa e si dovrebbe ricominciare tutto daccapo, reimparare daccapo, poiché della nostra pratica quotidiana, fisica o spirituale, non resterebbe più nulla, sparirebbe così la conoscenza, la curiosità, la voglia di scoprire cose nuove. Oggi le nuove tecnologie catturando le nostre tracce, dopo averle manomesse, le rende sistemiche, dunque non più necessarie, superflue. I tempi dell’esperienza diretta sono diventati tempi morti, mentre ci affidiamo alle app che ne misurano ogni dettaglio. Scrive Maurizio Ferraris nel suo libro “Documanità”: il web ha avuto il merito di esplicitare l’implicito e di rendere manifesto l’ovvio.
E’ noto quanto le incursioni che noi facciamo sulla schiumosa piattaforma digitale registrano e palesano ogni nostro insospettabile sussulto, poiché sono le nostre abitudini, desideri, gusti, aspirazioni che lo schermo rende visibile, anche ciò che avremmo voluto tenere segreto, anche i nostri sentimenti più profondi. Siamo delle radiografie ambulanti a disposizione di tutti, nulla sfugge, tutto trova posto in una immensa centrifuga in cui ogni palpito viene catturato, soppesato, inciso. In definitiva ci siamo dati mani e piedi al signor web che si nutre di ogni nostro respiro e distrugge con i suoi lunghi tentacoli ogni funzione vitale, infischiandosene del decoro e della riservatezza. Tutto è palese, tutto è ovvio. Tutti sanno tutto di tutti. Prima del web gran parte delle nostre azioni, anche atti banali, erano dimenticate, molti nostri pensieri e dichiarazioni derubricati, evaporati in un baleno. Oggi se ti sporchi il bavero della camicia con un gelato alla vaniglia potrebbe rivelarsi un gesto memorabile, virale. Si tratterebbe sempre però di un’immagine rielaborata, decontestualizzata, contaminata, risulterebbe una falsificazione del gesto originale, autentico e palpitante. Essere dimenticati è completamente impossibile, almeno fino a quando avremo la smania di pestare le dita sulla tastiera credendo di scrivere un nuovo capitolo di “Guerra e Pace”.
Se tutto diventa ovvio, manifesto, lampante, l’esistenza allora si riduce ad angoscia, la vita reale si impoverisce, perde credibilità, si dissolve la sorpresa, viene meno il segreto, la speranza. Se il nostro destino è quello di nascere già “conosciuti” cosa rimane del mistero dell’esistenza, dell’impegno per scoprire il suo splendore? Se Dio è visibile, intellegibile, che riconoscenza avrebbero le nostre preghiere? Nella mitologia greca si spiegavano i comportamenti umani con la decifrazione della funzione divina. Il mito, come le fiabe, se diventa esplicito, perde sostanza. Il disegno divino, che è l’essenza dell’umano, deve essere celato, indecifrabile, irraggiungibile, trascendente. L’uomo è immortale nella rincorsa dei propri limiti, nella sua inconsistenza, nella sua natura provvisoria, nell’illusione di partecipare all’avventura umana, mentre se smette di andare alla ricerca del proprio destino, se smette di lottare perché tutto è già segnalato e indirizzato, si impigrisce, si affloscia.
Scoperchiare l’implicito, renderlo esplicito, significa che non si ha nessun velo da opporre, tutto è piatto e indifferente, vergogna e pudore, piacere e sconforto. Il proporsi al mondo senza coscienza, senza visione critica, a mani nude, significa sottomettersi all’imposizione di precetti indistinti, dispotici. Se non si ha da opporre niente significa che non si possiede niente, nessun principio e nessun valore, solo un corpo da soffocare. Bruciato vivo dall’imperturbabile lanciafiamme del web. Un corpo pietoso e trafitto, senza sangue e senza rughe, che però rinuncia alla vita umana.

