Il guaio delle discussioni sterili sta proprio nel dividersi tra scettici della verità e giocolieri del dubbio, dove lo spirito critico si svuota nell’eccezione, si rifugia nell’appiglio, pur di allontanare il peso insopportabile dell’evidenza. Così le nostre coscienze rimuovono il danno spaventoso che sta subendo la popolazione ucraina, arcigna e caparbia più del dovuto, colpevole, per alcuni, di non volersi fare da parte e lasciar decidere tutto alle legittime loro maestà delle superpotenze.
In certi luoghi della sinistra, pacifica più che pacifista, avviene poi un cortocircuito che evita in tutti i modi di vedere il sangue innocente che scorre, di sentire l’affanno delle membra umane martoriate, di percepire il puzzo del suo sudore, il grido sommesso delle madri piangenti, vittime sacrificali di ogni ingiuria umana. Ma per inclinazione la sinistra non dovrebbe stare sempre dalla parte degli insorti, dalla parte degli oppressi, ostile ad ogni sopruso, a favore di quelli che si battono contro ogni regressione umana? Invece a volte si preferisce condannare in prima istanza l’invasore russo, quasi per salvarsi l’anima, per poi iniziare la cantilena degli errori commessi dalla Nato, l’eccessiva ingerenza americana, le indecisioni e i pasticci dell’Europa, riversando sul tavolo scrupoli, riserve, pretesti, al riparo di comodi salotti, vellutati e, almeno per ora, inattaccabili. Prevale una sorta di compensazione emotiva, un imbarazzante dovere di equidistanza che traccia un ulteriore segnale di arretramento nel contrasto ad ogni ingiustizia, ad ogni tirannide, ovunque questa si manifesti.
Chi stiamo cercando di difendere allora? Di fronte ad un’aggressione ingiusta e spropositata, anche se fossero stati mille gli errori madornali e le colossali disattenzioni del mondo occidentale, si dovrà ammettere tuttavia che questa invasione militare che doveva celebrare il mito di una grande potenza si sta rivelando un’impresa disastrosa, la cui impotenza purtroppo sfocia in feroci rappresaglie. Si racconta di un esercito maldisposto e impreparato in tutte le sue leve di comando, una strategia di combattimento convulsa e disarticolata, con quell’immagine baldanzosa di mezzi blindati in fila indiana che se ne vanno a passeggio sulla linea di confine sperando che il solo fatto visivo possa intimorire, far ravvedere, portare alla resa, ma che invece precisa meglio l’icona traballante di un regime cieco e ottuso, che trova la sua legittimazione internazionale nel possesso di qualche testata atomica ed il cui ceto politico e militare affonda la sua forza dentro i miasmi dei vecchi soviet, contando ancora sul terrore della polizia ad ogni angolo. Dietro la sprezzante esaltazione della nomenclatura russa questa guerra rivela una società spenta, ancorata a dogmi di intolleranza e di dispotismo assoluto, il cui condottiero con la sua tronfia perfidia accoglie l’ospite seduto ad un tavolo ostentatamente oblungo, esagerato, farsesco, emblema di un satrapo asiatico, degno di un predatore tartaro. E’ questa società dove persevera il dominio di pochi oligarchi e faccendieri che ci affanniamo a difendere? Se l’Occidente dovrà riflettere sulle sue storture provocate dagli eccessi di un liberismo disuguale non sarà certo dal mondo sovietico, oscurantista e corrotto, che dovrà imparare qualcosa. La spinta propulsiva, come sappiamo, se c’è mai stata, non appartiene più a quell’emisfero. Come ha lasciato scritto Vasilij Grossman, uno dei massimi letterati dissidenti, nel libro "Tutto scorre… ": Una cosa sola non ha visto la Russia in mille anni: la libertà.
Quella russa, nella sostanza, è rimasta una società in cui il potere è concentrato in poche mani, come dimostrano le impietose immagini degli immensi yacht ormeggiati un po’ ovunque, che si procurano ricchezze a scapito del popolo, invece di sapersi dotare, dopo la deprivazione dell’identità nazionale che fece seguito all’implosione dell’Unione Sovietica, di istituzioni politiche ed economiche inclusive ed efficienti in grado di attivare la crescita e generare nuova prosperità per tutti. Questo tipo di economia fondata sull’uso rapinoso delle risorse preesistenti, senza incentivi verso innovazione e sviluppo sociale, prima o poi si esaurisce. Inoltre le istituzioni russe non prevedono nessun meccanismo di controllo per gli abusi di potere per cui si avvia un circolo vizioso in cui le istituzioni economiche, alterate da un affarismo di gruppo, rafforzano le istituzioni politiche autoritarie, mentre la ricchezza e il potere economico compiacciono a loro volta il potere politico. Negli ultimi trent’anni non si sono fatti passi avanti sul piano dei diritti e delle libertà democratiche. Poco e niente è cambiato dai tempi post rivoluzione raccontati da Bulgakov o dalle amare giornate trascorse nel gulag descritte da Solženicyn. Pochi passi avanti sono stati fatti dal periodo in cui quando un autore cadeva in disgrazia dai loro libri scomparivano la prima e l’ultima pagina dove era stampato il suo nome. Ancora oggi nel mondo culturale moscovita l’aria è così soffocante che gli artisti si autocensurano evitando scrupolosamente certi argomenti scomodi per non essere osteggiati, fatti oggetti di disprezzo ed epurati, pochi rischiano nel descrivere la crudeltà del vivere in modo veritiero, trasparente, critico. Esiste una intera produzione letteraria che, o per autocensura o perché non degna di pubblicazione, viene sottratta all’attenzione dei lettori e ciò inevitabilmente frena il processo di avanzamento culturale e sociale del Paese. Si usa il termine di letteratura “trattenuta” per indicare una umanità che non ha trovato lo spazio e il beneficio di essere raccontata, quindi è come se fosse irrimediabilmente morta. Un segnale di sgretolamento, questo, che accompagna forse l’intera società russa.

