
Questa volta Montalbano si innamora perdutamente. Sappiamo benissimo però che non gli è mai appartenuta una frenetica bramosia erotica, trattandosi piuttosto di pruriginose proiezioni del lettore nel desiderarlo sempre suo complice nell’allettante tentativo di sedurre donne voluttuose e rapaci,
felinamente stuzzicanti, finalmente compiaciuto ora nel vederlo precipitare con tutt’e due le scarpe nella vertigine travolgente dell’amore, quasi instupidito, “nisciuto completamente pazzo”.
Camilleri nel suo ultimo libro “Il metodo Catalanotti” si diverte a spiazzare il lettore giocando a suo piacimento su vero e falso, su realtà e finzione, su illusone e disincanto; lo destabilizza facendolo deviare dal proverbiale aplomb professionale di Montalbano, eroe romantico e sognante, senza mai follie, sempre preciso nella scansione ritmica e maniacale delle sue indagini, per imprigionarlo provocatoriamente in un personaggio fragile ed esitante, che rabbrividisce al cospetto del suo travaglio sentimentale, ebbro e penoso, supplichevole ai sussulti più conturbanti. Una tempesta ormonale, tardiva e scioccante. D’altra parte se proprio doveva compiersi il tradimento della sua Livia non poteva certo trattarsi di una fugace fuitina, di un rocambolesco sdrucciolamento pomeridiano, non era cosa di baci appiccicati nel retrobottega o sguardi teneri da rimbambito, ma bisognava che il fattaccio esplodesse impetuoso, fulminante e sfacciato, fino allo stordimento, soccombendo e arrendendosi all’inusitato calpestio del destino: E’ tutto così semplice, sì, era così semplice, è tale l’evidenza che quasi non ci credo…”
Il delitto su cui indaga Montalbano è come sempre solo un pretesto, un espediente letterario che in apparenza sembra un intrecciarsi continuo di trame gialle, ma ben presto l’essenza della narrazione prende il sopravvento nello scandagliare in profondità l’animo umano. L’ammazzatina si compie all’interno di una Compagnia di teatro amatoriale “Trinacriarte” il cui regista e autore Carmelo Catalanotti viene ucciso. Questo Catalanotti applica un suo particolare metodo per scegliere gli attori a cui assegnare i ruoli in commedia che consiste nello sperimentare il loro vissuto personale, sottoponendoli a provini asfissianti e impietosi, vere e proprie torture che servono a mettere a nudo la loro personalità e capire quanto la loro esperienza umana possa avvicinarsi al testo, rendendolo il più possibile aderente, o, come preferisce chiamarlo, “similvero”. Il trattamento con cui soggioga i singoli candidati a volte è così duro e massacrante che alla fine molti sono costretti a desistere e rinunciare. L’indagine quindi si incanala nella ricerca di un aspirante attore che ritenendosi oltraggiato e avvilito si decide a vendicarsi.
Succede però che per la prima volta il commissario conduce l’intera indagine a braccetto con Antonia, il capo provvisorio della scientifica, che si dimostra donna vera, puntigliosa, provocante e pensante, e di cui inevitabilmente si invaghisce. Le donne di Camilleri sono tutte così, mai scosciate, mai perverse, mai oche irritanti, tuttavia irresistibili. Il perno su cui gira l’intero romanzo è proprio l’uso del termine “similvero”, apparentemente artificioso ma attinente ai contenuti descrittivi del romanzo perché ciò che lo scrittore racconta esprime la verità che lui vuol far intravedere, pur avvertendoci furtivamente che potrebbe trattarsi solo di finzione o inganno.
Camilleri gioca al gatto e il topo con il lettore mettendocela tutta a fuorviarlo confezionandogli, come un diavolo tentatore, un intenso e irresistibile legame amoroso del commissario con Antonia, impreziosendo a dismisura persino il suo carattere “grevio” e scostante, ed immiserendo invece l’animo ormai sconsolato di Livia, presenza ormai lontana, rendendola addirittura antipatica e provocatoria quando decide di appendere al frigorifero il foglietto con la dieta ferrea a cui Salvo deve attenersi scrupolosamente e da lui ovviamente silurata come una “cundanna a morti”. La conoscenza del commissario ci porta in ogni caso ad escludere una versione così insostenibile che dall’oggi al domani faccia bandire dalla sua tavola spaghetti con le sarde, caccoccioli fritti e purpi alla strascinasali.
Ma poi chi ci crede ad un Montalbano così conturbato, scodinzolante, quasi traumatizzato da un sentimento così invadente ed ignobilmente patetico? O dobbiamo pensare che è tutto una figurazione “similvera”? come nel melanconico abbraccio finale alla stazione dove i due amanti restano appiccicati, immobili, incerti sul da farsi, dentro una sequenza da film muto in cui si aspetta la proiezione della didascalia. Al suo posto Camilleri fa comparire, delizia e ammonimento finale, i versi accorati di Waislawa Szymborska: “ Il rogo che avvampò tutta notte… E che ti arse fino alla più fonda radice….. adesso basterà un Everest di cenere per seppellire questa manciata di braci che ancora si ostinano a bruciare?” Il commissario Montalbano, siamo sicuri, uscirà da questa nuvoletta illusoria quanto incantatrice disegnata con sorniona eleganza, quasi a richiesta, allo scopo di sorprendere la nostra ingenua e frivola immaginazione di lettori.

