E' diventata consuetudine da parte del ceto politico far ricorso alla idea di censimento, pur riconoscendone la sua irrilevanza ai fini della determinazione politica, e tuttavia enfatizzandolo come una minaccia, uno spauracchio,
una prevaricazione retorica. L’annuncio del censimento ha probabilmente solo l’intento di sublimare un decisionismo spocchioso e provocatorio, forzare lo spazio del consenso quasi a volerlo misurare, palmo a palmo, centimetro su centimetro. Promuovere un censimento in questo modo è come scatenare una intifada, imporre una sharia, partecipare ad una spedizione punitiva contro infedeli ed increduli, uno strumento spregiudicato di goffaggine politica che suona spesso malevolo, ma resta tuttavia utile a far rifulgere e tenere viva, quanto basta, l’azione governativa. Paul Auster ha raccontato nella “La Stanza Chiusa” la sua esilarante esperienza di giovane squattrinato quando per tirare su qualche soldo girava a piedi i quartieri di New York bussando a porte che nessuno si degnava mai di aprire. La gente se ne infischiava del censimento. Veniva spesso guardato con disdegno tanto che alla fine decise di rinunciare al lavoro, dichiarandosi inadeguato. Senonché il sovrintendente che prendeva le sue belle provvigioni sul numero di moduli redatti gli consigliò di usare un po’ di immaginazione nella compilazione dei questionari, perché se non riusciva ad entrare nelle case questo non voleva dire che non c’era nessuno dentro. Gli suggerì quindi di inventare qualche dato, persino qualche nome e di trascrivere a suo piacimento i moduli: Non vogliamo mica che il nostro governo sia triste, vero?”
Per questo il ricorso al censimento rimane solo una istigazione verbale, una smargiassata da impunito, insomma una presa per i fondelli proprio perché non sarebbe in grado di aggiungere niente che non sia già sotto gli occhi di tutti. Anche censire i rom o i nomadi presenti sul territorio, oltre a risultare sgradevole, risulterebbe oltretutto inefficace perché il fenomeno si conosce già ampiamente.
Per non parlare del farneticante censimento dei raccomandati in un Paese in cui la dinamica familistica fatta di protezione e di complicità è vecchia e consolidata come il cucco, sin dai tempi dei “clientes” di epoca romana; un Paese di questuanti, dove persiste un florilegio di parentele, di fratellanze, di amicizie, dove i nostri giovani ci lasciano, espatriando a frotte senza indignarsi neanche più. Un Paese dove i figli di qualcuno sono sempre più figli degli altri, più sani, più talentuosi, con Business School prepagate e con conoscenze altolocate che aiutano sempre, spingono, reclamano astuzie, perpetuano privilegi, utilizzano scorciatoie per potersi introdurre, solo per “grazia ricevuta” e non per merito, in qualche pertugio della santa spartizione occupazionale, in una continua ed innaturale cooptazione.
E poi a che servirebbe un censimento di raccomandati in un Paese di raccomandati? Dove più che prepararsi ad un concorso si ricerca un collegamento, un fiato di sostegno, un sms di richiamo, una telefonata discreta, una pressione circoscritta, camuffata da una blanda richiesta di informazioni. Persino un prelato dell’Arcidiocesi di Matera ha dichiarato di aver chiesto una innocua informazione su un concorso che riguardava proprio la sorella del vescovo, mentre la ministra M. Elena Boschi pensò di richiedere una semplice informazione all’amministratore delegato di Unicredit per la Banca Etruria ed ancora, di recente, il presidente del Coni Giovanni Malagò ha invitato il costruttore Parnasi, poi arrestato, a fornirli qualche innocente informazione riguardo alla sistemazione di suo genero.
Ci vuole davvero un censimento per rendersi conto che la mancanza di meritocrazia è la principale causa incentivante del progressivo degrado e del nostro inarrestabile declino? Un governo del cambiamento dovrebbe riflettere su questo invece di lanciare improbabili censimenti, mentre si appresta a depotenziare l’anticorruzione sugli appalti. Forse ci siamo arresi a secoli di truffe e corruttele infinite, prigionieri di una storia che ha a che fare, come scrive Sergio Rizzo nel libro “Il Pacco - Indagine sul grande imbroglio delle banche italiane”, con la modestia oggettiva di una classe dirigente scelta con criteri discutibili che si installa sul ponte di comando grazie a relazioni di potere, dove si trattano affari delicati e si designano persone a gestire questi affari alla stregua di una riunione di condominio. Non c’è bisogno di un censimento per depotenziare faccendieri che sgambettano nei corridoi o nel retro di ristoranti a disegnare tresche, ruberie, abbozzare progetti di spartizione, incastri corruttivi, sapienti raggiri, e sempre sulle spalle dei più deboli, dei disagiati, dei senza nome che pagano per tutti, proprio quelli che si vorrebbe sbaragliare con un censimento e magari facendoci pure credere che tutto questo sia confacente con un governo del cambiamento.

