Anche le mafie si aggiornano. Si camuffano, aggiornando le loro sembianze. La loro potenza risiede nel saper intercettare anche i minimi e impalpabili risvolti delle debolezze umane; perennemente intrufolati nel tessuto economico e sociale, boicottano ed ostacolano comportamenti virtuosi, esaltandone
invece, attraverso l’iniezione di una medicina gradatamente sempre più tossica, la loro primordiale brutalità. Le mafie, dappertutto, non solo nel nostro meridione, ma soprattutto nel nostro meridione, non sentono più neanche il bisogno di schernirsi dal progresso, ma cavalcano gli eventi della modernità e dell’innovazione, addomesticandoli ai propri fini. Eccole allora le nuove mafie variopinte e lussureggianti, meno truci, forse meno dinamitarde, ma carezzevoli e disinvolte nel mescolarsi, nel catturare consenso, pronte però a succhiare sangue con spietatezza, rapaci nel cogliere ogni attimo, nel soffocare e mortificare ogni residuo di resilienza civile.
Nella loro mappatura del sistema estorsivo in Puglia negli ultimi quindici anni (1990-2015) A. Apollonio e G. Montanaro definiscono le nuove mafie come raggruppamenti criminali che agiscono senza più avvalersi di strutture piramidali ma con piccole strutture tentacolari. Insomma sono in mezzo a noi, tra noi, fanno affari con noi, traggono linfa vitale attraverso noi, proliferano nei nostri luoghi, sui marciapiedi delle nostre città, nei lounge bar, persino nei nostri stadi, prima ancora che nelle compagini sociali di aziende dell’economia legale.
E sarebbe solo uno dei sintomi della crisi generale se non fosse che l’infiltrazione criminale blocca in vari modi lo sviluppo, droga il sistema dei prezzi, dirotta consumi e investimenti su settori più compiacenti e dannosi per il territorio, aumenta disuguaglianze e ingiustizie sociali. Anche modi di fare apparentemente innocui si insinuano nelle viscere della società diffondendo messaggi culturali distorti accompagnati da forme lessicali sempre più brutali, un linguaggio spesso sintomatico di una civiltà decadente e involuta: becere flessioni dialettali, antichi turpiloqui e tronfie parole d’ordine entrati nel vocabolario comune assieme a gesti quotidiani che tendono a risolvere le divergenze d’opinioni con il sopruso e la sopraffazione. Anche così le mafie irretiscono il nostro mondo. In una recente intercettazione della GdF un boss può dichiarare tranquillamente ai propri affiliati "la città è nostra!".
Di questo soprattutto dovrebbe occuparsi la politica in piena campagna elettorale, ma purtroppo quello che manca è proprio una diffusa consapevolezza del grave rischio rappresentato dalla intensificazione dell’attività delinquenziale nei gangli vitali della società. Forse sarà superfluo affermarlo ma non si riesce ad immaginare una grande industria che non inquina, un sistema di trasporti che funzioni o un efficace sistema di valori orientati alla salvaguardia dell’ambiente e della salute dei cittadini se prima non si rompe definitivamente il legame sordido che unisce corruzione, politica e malaffare, impattando sulle nostre province come un'onda catastrofica che si trasforma d'improvviso in languida risacca, deposito di detriti e melma puzzolente. Purtroppo sembra che l’argomento della corruzione e del malaffare che sono croce e condanna del nostro sistema di relazioni non susciti grande interesse se non in qualche meritoria indagine della procura.
Tra i tanti e tanti candidati alle elezioni amministrative ci vorrebbe un visionario, una mente limpida e spregiudicata, per poter spingere le nostre anime verso un futuro meno soffocante, verso l'inverosimile, verso l'inaudito. Una persona che sappia parlare ai cuori degli sprovveduti e alla pazienza dei colti. O magari servirebbe un Mandrake meno disonesto o un Jeeg Robot d’acciaio che lotta con santa pazienza contro i veri nemici della comunità. Oppure affidarsi ad un angelo volenteroso che somigli almeno un po’ a Capitan Miki che con il suo padre adottivo Doppio Rhum e il Dottor Salasso domavano i soprusi e vincevano sulle forze del male e quasi sempre scoprivano che il vero Male, il vero nemico, era sempre in casa, ed era uno di famiglia, come nel caso del rinnegato Avvoltoio, o del brutale Magic Face, camaleontico criminale capace di assumere qualsiasi aspetto di persona presentabile prima di rispuntare come un feroce bandito.
A questo filone narrativo si è ispirato il giovane scrittore tarantino, Fabio Bellavista, nel suo bel libro intitolato "Lo Spartano" dove si racconta la storia in forma di leggenda di un guerriero vendicatore che torna a Taranto con tanto di elmo e di spade a tracolla chiamando a raccolta tutte le energie pulite della città per sgominare una potente organizzazione malavitosa che se ne era impossessata per fare gli interessi esclusivi propri e della grande industria. Questo Spartano, che ha studiato arti marziali e gesti di combattimento come se fosse uscito direttamente da Bill Kill di Q. Tarantino in sella alla sua moto chiamata Eleonor fornita di lancia razzi suda sette camice per averla vinta di questa accozzaglia di fuorilegge, immolando alla fine se stesso, un attimo dopo aver scoperto che le fila di questa banda che infestava la città erano tirate dagli stessi potentati del posto, camuffati e corrotti dal sindaco detto Barone, a sua volta eletto a furor di popolo.
Un libro sotto forma di fumetto fa sognare e dà come l'illusione che il sogno si possa veramente realizzare. Lo spunto epico finisce per trasformarsi quasi sempre però in una tragica rappresentazione del proprio destino. Così l’intervento eroico diventa solo effimera leggenda, una bella favola che piace ascoltare. Purtroppo però con le favole e i cartoons non si fanno passi avanti.

