La consultazione elettorale si avvicina. Si intensificano i preparativi, si preparano le liste, si decide la nuova classe di amministratori. Ma quanto vale una candidatura a Sindaco? Quanto costa in termini di logorio fisico e stress mentale? Quanto costa ai candidati il traballante incespicare nel circuito limaccioso dell’ agone politico?
Visto con occhi neutri, ci vuole un bel coraggio ed una bella dose di autostima per mettersi a competere in un momento di così scarso entusiasmo partecipativo, in un clima demotivante e di delegittimazione del ceto politico-amministrativo.
Eppure ci sono aspiranti candidati che si sottomettono senza alcun risparmio e con un inusitato ardore a questo crudele supplizio che si chiama campagna elettorale. In realtà non succede niente sino a tre mesi dalle elezioni, che pure di tempo per scegliere e sostenere un qualche candidato preparato e credibile da parte dell’apparato politico ci sarebbe, ma si attende l’ultimo gong per scattare, il tintinnio della campanella dell’ultimo giro per dare vita alle danze macabre e fratricide; allora si rintracciano vecchi compagni di scuola per farli aderire, si strappano giovani pensionati dalle panchine o dai loro affetti, si inaugurano comitati e associazioni con nomi identitari, si avviano contatti, si convocano tavoli, si stilano programmi, bozze programmatiche per inciso inutili e polverose la cui volatilità è scontata di fronte al prevalere del furbo posizionamento e del prosaico scambio elettorale.
E poi si cerca tra la società civile una figura esterna, ma solo tra le forze sane della città; si reclamano aspiranti freschi, spendibili e affidabili, quelli con spirito civico, ma, neanche a dirlo, di alto profilo. Dietro le quinte nel frattempo, a scapito di queste lungimiranti litanie, si scatena il raggiro, la meschina giravolta, si agita la carta che spariglia, che folgora, il bisbiglio della promessa e del ricatto, si sprecano parole d’ordine come inclusione, allargamento della base, si raccomanda di essere trasversali, persino obbliqui se necessario. Si penserà poi a reclamare una sintesi pienamente condivisa.
Ci sono tutti gli ingredienti del peggior teatrino della commedia politica scritta a più mani, una recita a soggetto, una esilarante trama del grottesco e dell’assurdo, come il Godot di Beckett che tutti aspettano e tutti immaginano fiero e prestante, pieno di virtù ma purtroppo inesistente. Ma quanto è illusoria e impopolare questa rincorsa affannata di aspiranti candidati Sindaci così provvisori, inesperti, con una visione epidermica e svolazzante dei gravosi problemi da affrontare, in un contesto tra l’altro di crisi economica e quindi di penuria di risorse per la spending review e con gli organi inquirenti sul collo attenti all’uso e allo spreco del denaro pubblico? Magari se fosse capitato tra le mani il libro scritto dall’ex sindaco di Forlì prof. Roberto Balzani (Cinque anni di solitudine – Memorie inutili di un sindaco) avrebbe aiutato qualcuno a riflettere, a ponderare meglio, ma ora non c’è tempo. Non c’è niente da fare, siamo tutti pronti a sciogliere la riserva e a scendere in campo. E che ci vuole?
Pronti a scattare come nella gara di velocità su pista nel ciclismo. I concorrenti devono arrivare primi al traguardo ma non hanno fretta anzi c’è un lungo e sfiancante periodo di studio, si resta immobili, in surplace, per un tempo irragionevole, a volte sfibrante, per poi procedere con qualche strappo a saggiare le intenzioni dell’altro, in modo proditorio, alla ricerca di una reazione scomposta o di un tremolio da sfruttare, consumando mani e polpacci in questo rito propiziatorio, pregustando la strategia migliore per superare l’avversario o anche di non essere superati, sino allo sprint finale. Quando però la gara finisce ci si stringe la mano, mentre in politica il duello lascia strascichi malevoli, dubbi e ripensamenti sulla onorabilità dell’avversario.
Questo è quello che succede più o meno nell’arena politica ed in quasi tutte le competizioni elettorali, ed è quello che succede anche a Taranto. Ma certo Taranto avrebbe meritato di più. Avrebbe meritato almeno maggiore decoro e maggiore responsabilità proprio per i guasti subiti più che altrove, per i drammi vissuti, per l’incertezza e l’angoscia del domani e per una storia pesante e ignobile di usurpazione dei propri diritti e della propria autonomia avvenuta più per mano della sua classe dirigente che per l’accanimento della storia. Null’altro avrebbe meritato la città se non comportamenti più dignitosi e all’altezza della gravità del momento, comportamenti capaci di suscitare un po’ di fiducia e di ammirazione e di infondere nei propri concittadini quel senso perduto di orgoglio e di appartenenza di cui si avverte un disperato bisogno.
Tutto questo è mancato per aver pensato di poter provvedere con la sola faciloneria e la vanitosa sicumera di sempre al presidio e rilancio di una città bloccata e tumefatta da tremende cicatrici ancora calde, una città devastata e soffocata da rivoli di albagia, di negligenza, di relazioni sempre protette e malavitose, mentre inesorabilmente tutte le classifiche di reddito, di salute, di trasporti, di qualità della vita, di libri letti o di clacson strombazzati la vedono purtroppo in posizioni avvilenti.

