Il giorno della memoria non finisce mai, o così dovrebbe essere. Non è una ricorrenza da celebrare una volta all’anno, ma un monito persistente che richiama ed aggiorna il significato più autentico della nostra appartenenza al genere umano.
Così mi capita a volte di rievocare il giorno della memoria comparando il ricordo di miei due viaggi. Il primo viaggio compiuto in Polonia, il secondo, qualche anno dopo, in Israele. E’ risaputo che viaggiando si apprende più che dai libri, proprio perché toccare con mano le cose, osservarle da vicino, rende il panorama, fisico e spirituale, più nitido, più circostanziato, ci si impadronisce del suo carattere originario. Poi certo ci sono le narrazioni che aiutano a discernere, che ravvivano, e a volte sublimano, la realtà. Ma l’impatto visivo, secondo me, resta decisivo, è quello, come avrebbe detto Javier Marjas ” il primo passo che costa”, perché osservare dal vivo vuol dire anche partecipare, sentirsi parte di un evento, uscirne comunque cambiati. L’esperienza della visita dei campi di concentramento, nella loro cruda e spietata follia, suscita un’emozione incomparabilmente più forte e devastante rispetto all’inquietudine e allo scoramento pure sconvolgenti che riemergono dalla lettura dei Diari di Anna Frank piuttosto che “Se questo è un uomo” di Primo Levi. La vista ti infilza il cuore e ti annichilisce, la lettura ti apre la mente e, se davvero sai leggere, ti fa crescere. La visita di un campo di sterminio credo che lasci nella testa delle persone un senso di vuoto e di angoscia terrificante. Lo scempio dell’intimo, la deformazione dell’umano, il bivacco dell’osceno sono qui impregnati e resi immarcescibili. Conservo ancora dentro di me l’immagine tremenda della stanza in cui sono ammassate le valigie di cartone che i deportati si erano trascinati con sé, strette ai loro corpi tremolanti ed in cui presumibilmente avevano ammucchiato, nella furia devastatrice della partenza, pochi e miserevoli oggetti di vita quotidiana, riponendo in quell’atto la pietosa speranza che potesse trattarsi di un distacco provvisorio da cui poter tornare. Le cose purtroppo, per troppi, andarono diversamente. Sicuramente la Shoah fu legittimata da pregiudizi di razza e di religione, ma anche perché ai nazisti serviva requisire case, valori e poderi da poter assegnare alle famiglie dei soldati, alcuni giovanissimi, che si immolavano per la causa. Per questo i beni di proprietà degli ebrei furono tutti requisiti. Più teste servivano il Reich più elargizioni occorrevano per tener buoni i soldati che a diciotto anni dovevano trovare il coraggio di trascinare quei corpi denutriti e macilenti dentro i forni crematori, a due a due, come abbiamo visto tra le rovine del campo a Treblinka, almeno fino alla costruzione della mega camera a gas di Birkenau dove i forni furono sostituiti da una efficiente catena di montaggio dello sterminio di massa. Là dentro i cadaveri letteralmente sparivano, non lasciavano alcuna traccia, anime e corpi annientati, evaporati.
Il secondo viaggio qualche anno dopo fu in Israele. Non è facile considerare il popolo ebraico come tutti gli altri. Nel corso della loro storia millenaria gli ebrei hanno sempre conservato una propria grandezza riposta in un’immensa capacità di adattamento ed in uno sconfinato convincimento della loro superiorità morale, una poderosa convinzione di essere i primogeniti della storia umana fondata sulla Torah e sulla tradizione biblica, un unicum che appartiene solo al popolo ebraico, mentre gli altri popoli non resta che piegarsi a questa sublime tautologia. Chi si reca in Israele e si inoltra nel quartiere di Mea Shearim o soggiorna qualche giorno in un Kibbutz questa convinzione gli verrà ad ogni passo manifestata con una semplice occhiata di supponenza. La certezza quasi sfrontata di sentirsi i principali interpreti della storia del mondo, tuttavia, li garantisce una granitica tenacia per poter sopravvivere ad ogni sfida e ad ogni avversità seppure, come spesso è avvenuto, alienandosi volta per volta l’ospitalità da parte degli altri popoli che hanno cercato un’ennesima ragione per allontanarli e ripudiarli. E’ come se ci trovassimo dentro ad una storia drammatica in cui in ogni tempo ed in ogni luogo la minaccia per una loro definitiva espulsione o ghettizzazione sia sempre incombente, per cui l’antisemitismo non tende mai a scomparire, anzi ad ogni occasione di frizione si rinvigorisce trovando sempre nuovi proseliti. Di quel viaggio conservo ancora la tremenda visione del muro di separazione costruito per delimitare la fascia della Cisgiordania che si estende su un tracciato di 730 Km costruito per proteggere i coloni, e soprattutto i pozzi d’acqua, da eventuali atti terroristici compiuti dai palestinesi. Per andare a Betlemme bisogna oltrepassarlo e farsi riconoscere. Mi sono sempre chiesto cosa avesse spinto un popolo perennemente odiato, respinto, rinchiuso nei ghetti ed in lager spaventosi, che per giunta aveva subito l’onta di una deportazione di massa dentro arcigni e invalicabili recinti circondati da ferro spinato, a costruire mura alte cinque metri per difendersi, quando proprio in forza della loro preminenza morale e religiosa avrebbe potuto mettere in atto qualche altra strategia per rendere pacifico e produttivo il rapporto con i propri vicini. Oscurando il vicino si oscura il mondo. Se alzi un muro, pensa a ciò che resta fuori! Scriveva Calvino nel Barone Rampante. Un pensiero adulto ed una tattica intelligente forse avrebbero potuto escludere l’idea che solo gli steccati possono garantire la convivenza o la sopravvivenza, forse bastava retrocedere dalla indiscriminata politica di occupazione di terre da parte dei coloni o smettere di perseverare in un atteggiamento violento e rancoroso verso il popolo palestinese per evitare di scatenare un’ondata di antisemitismo in tutto l’Occidente. Si è creato un cortocircuito imbarazzante nel popolo ebraico tra l’orrore subito, e non mi riferisco solo alla Shoah, e la sua incredibile riluttanza nel voler ripensare ad un modus vivendi meno tribolato e comunque pieno di insidie. Ciò non significa affatto dimostrarsi indifesi ma meno refrattari al dialogo. Dismettendo un approccio aggressivo e prepotente forse si potrebbe superare quel senso di fragilità e di impotenza permanente, quell’ansia della memoria che prevale sulla comunità israelita oggi maggiormente pressante dopo l’attacco vergognoso di Hamas del 07 Ottobre. Tuttavia siamo fermi ancora a dichiarazioni tipicamente belliciste come quella rilasciata dal rappresentante dei rabbini in cui si afferma che la risposta, ritenuta da tutti violenta e disumana, che Israele sta dispiegando sulla striscia di Gaza è un atto inevitabile, quasi un atto dovuto,” una guerra davanti alla quale non c’è scelta”. Ma è proprio vero?
Si è sostenuto giustamente che l'antisemitismo, insieme alla tratta dei neri, al razzismo colonialista europeo, allo sterminio degli indigeni non solo nelle Americhe, è senza dubbio una delle più dissennate violenze della "civiltà" occidentale, culminate nell'Olocausto nazista. Ma purtroppo è un sentimento destinato a perdurare se il popolo ebraico di cui si riconosce prestigio e qualità intellettive, non si affretta ad accettare posizioni di collaborazione e reciprocità ritenendo legittimi anche gli interessi degli altri popoli, non rinunci alla dissennata politica belligerante dei governanti israeliani. Lo scrittore e giornalista Moises Naim ha denunciato a più riprese ”il catastrofico comportamento di Bibi Netanyahu” che ha dedicato le sue energie a espandere gli insediamenti in Cisgiordania per mano delle voci più estremiste e scioviniste della sua coalizione così facendo mettendo a repentaglio i cardini democratici di Israele e la sua stessa sopravvivenza”. L’effetto destabilizzante e il riesplodere dell’antisemitismo dunque non può essere stato provocato da una minaccia proveniente dall’esterno, bensì viene prodotta dall’interno, tra l’altro accomunando a volte con leggerezza le politiche sioniste di questo governo con la condanna dell'ebraismo in quanto tale. La politica aberrante di Israele viene peraltro biasimata dalle menti più lucide dell’ebraismo contemporaneo, a partire dal noto scrittore David Grossman e dalle lucide riflessioni del filosofo Yuval N. Harari. Nonostante tutto c’è però chi continua a sostenere che l’odio antisemita che ha trovato nuova linfa dopo il 7 Ottobre e dopo i continui bombardamenti di Gaza, con le sue immense perdite umane e materiali, “trovi terreno fertile nell’indifferenza e nell’apatia di molti”. In questo modo il governo di Israele, invece di contare sull’appoggio dell’opinione pubblica mondiale, si trova di fronte a un ampio e giustificato rigetto da parte della comunità democratica. Ed è carbone ardente che nuoce a questo popolo martoriato che dovrebbe rendersi conto del suo regredire a sistema autoritario, simile ai peggiori sistemi confessionali che nutrono un ampio e consolidato discreto della comunità internazionale. Per questo è arrivato il tempo in cui bisogna trovare un altro modo per manifestare la propria superiorità morale e la primogenitura della propria storia, per evitare forme di antisemitismo ancora più aberranti.

