Quella che stiamo vivendo è una società senza tempo. Il tempo non è più nelle nostre mani, non riusciamo più a trattenerlo, prenderne le giuste misure. La nostra percezione del tempo, per quanto sembri paradossale, svanisce mano a mano che insistiamo ad allungarlo, ad espanderlo in un presente infinito, convulso, rotolante.
Il tempo più si dilata più perde di consistenza, diventa astratto. Per Einstein il concetto di tempo è relativo, una illusione difficilmente rappresentabile in un unico modello comprensibile e valido per tutti; oggi invece sembra governato da una compulsione materialista così totalizzante che porta all’estremo, assolutizza ogni istante appiattendolo, de-realizzandolo, sino a smarrirne il significato. La realtà virtuale, proprio nel tentativo di aumentarne la dimensione e il peso, nei fatti lo impoverisce, lo fa evaporare pompando a dismisura il fluire del nostro sangue, forzando a dismisura il ritmo del nostro cuore. Se vivere non è altro che avere tempo, scrive il filosofo Chabot, vuol dire che ci stiamo perdendo, perché non abbiamo più tempo. Viviamo tra le grinfie saettanti dell’Ipertempo dove tutto diventa immediato, frenetico, opprimente nel suo “imperativo ad agire ora e subito”. Prima agiamo e poi riflettiamo. Qualcosa ci dice che vogliamo sfuggire all’angoscia del futuro e perciò ci concentriamo in modo spasmodico sul presente, perdendone la sua essenza, il suo fascino, il suo godimento, trascinati in una concezione di mondo eternamente provvisorio e vorticoso, senza pause e senza durata, e perciò senza fini degni di essere vissuti, sotto il ricatto di un futuro che ci imbarazza per le tante afflizioni che premono sul destino dell’uomo e che continuiamo a non affrontare, a trascurare, come i problemi climatici, le migrazioni, gli agguati di possibili pandemie, la siccità incombente, l’aria inquinata che respiriamo o la semplice mancanza di spazi per poter tranquillamente tirare il fiato, per starsene finalmente in silenzio. Un po’ ci vergogniamo di interessarcene per non mettere a repentaglio il nostro benessere o perché non sentiamo più le soluzioni a portata di mano. L’idea di una possibile catastrofe ci spinge ad affrettare la corsa che immaginiamo si stia accorciando, sentiamo che rispetto all’uomo premoderno ci resta poco tempo e vogliamo giocarci le nostre ultime chance subito, prontamente, senza più indugiare. Per questo troviamo giusto ricorrere a tutti gli strumenti che ci fornisce la tecnologia. Tuttavia dipende sempre come si usa la tecnologia. Oggi gran parte della ricerca scientifica ruota intorno al potenziale che possono offrire gli algoritmi alla nostra vita nella prospettiva di accrescerla, moltiplicarne l’accesso, perdersi dentro le sue ali protettive, sino ad assottigliare sempre più l’utilità e il contributo che fornisce l’intelletto umano. Ne è un esempio la tecnologia ChatGPT incentrata su un gigantesco meccanismo di copia-incolla, che genera risposte precise e convincenti ad ogni richiesta, ad ogni dubbio. Più che l’esattezza o l’attendibilità, il mantra di oggi si fonda sulla rapidità. Il tempo senza tempi morti, succube di un’elaborazione smisurata di dati, ha come conseguenza quella del disarmo della nostra mente, perché la svuota, la impoverisce, non l’aiuta a ragionare. Con l’inevitabile diffusione dell’intelligenza artificiale nei prossimi anni il problema non sarà tanto il timore della presa di potere da parte delle macchine sull’uomo, quanto lo stordimento che subirà la mente umana alle prese con un’accelerazione del tempo, subissata dall’aggressione di una quantità abnorme di produzione informatica da cui tuttavia non saprà ricavare alcuna emozione o conforto, né alcuna morale. Piuttosto, come sostiene E. Carrère, ci troveremo di fronte ad un cambio di civiltà radicale, fino a dubitare persino che resti una civiltà.
Scrive l’economista Carlo M. Cipolla in “Uomini, tecniche, economie” che alla pianta di granturco sono serviti ben seimila anni prima di trasformarsi da una semplice erba selvatica in uno dei cereali più produttivi del mondo, oggi bastano pochi secondi di tempo per distruggere e far implodere l’intero pianeta. Va preso dunque in considerazione l’auspicio che l’uomo, per sottrarsi al proprio declino, da sanguisuga delle risorse del pianeta si possa trasformare nel suo principale protettore, ma per farlo bisogna che migliori la sua qualità, che sia cioè capace di riconnettersi con il ritmo della natura, lasciandosi coinvolgere maggiormente dalla sorte degli altri, dal destino collettivo, superando la soglia solitaria di un individualismo esasperato, mai sperimentato in epoche precedenti, che ha reso aridi, raschiandoli nel profondo, tutti i legami affettivi. Per salvare il nostro tempo dall’ingordigia del tempo, dalla subdola cultura del denaro, bisogna gestire con maggiore giudizio il flusso di conoscenze tecniche e scientifiche, coniugando ecologia e digitale, insistendo su una nuova educazione fondata sul saper vivere. In definitiva non possiamo essere certi che essere veloci con il pensiero, strattonarlo, aiuterà a salvare la civiltà umana.

