Non riusciamo più a vivere senza circondarci di oggetti. Spetta a loro rendere abitabili le nostre abitazioni, confortevoli le nostre vite, costrette in un morbido e asfissiante accerchiamento. Passiamo buona parte del nostro tempo a cercare oggetti che non troviamo più, mentre la restante parte siamo occupati, quasi obbligati, a comprarli, scegliendo tra le posate di antiquariato e le anticaglie dei mercati rionali.
Ai confort e ai cimeli si aggiungono sempre più esseri animati di ogni specie, pappagalli, conigli, criceti, serpi e roditori, oltre naturalmente a cani e gatti da appartamento, da aiuola, da terrazzo, bestioline disciplinate che teniamo fieramente al guinzaglio e che adoriamo perché ci fanno sentire perfettamente vivi. Puntiamo molto sul loro potenziale, più che sul nostro. Abbracciati e sostenuti da una così sconfinata abbondanza di oggetti ci sentiamo protetti e al sicuro, acquistiamo forza e fiducia, abbiamo l’idea di essere meno soli ed inquieti. Gli oggetti sono lo specchio fedele della nostra personalità, il chiarore fulgido della nostra coscienza. La maniacale osservanza della loro disposizione ci fa gridare inorriditi per un portacenere fuori posto. Ci perdiamo il sonno, non sappiamo bene perché, ma dormiamo agitati, inebetiti. Non pensiamo di fare altro che accumulare senza sosta ed in modo ossessivo, dalle quisquiglie più invereconde ai suppellettili d’annata. Non riusciamo più a liberarci dalla fobia dell’ingombro, resistiamo all’impulso di buttare via le cose, per quanto inutili, temendo che la nostra esistenza possa perdere senso. Certe volte sembriamo persino disorientati, estranei, preda di una malattia patologica che si manifesta con l’ansia degli spazi vuoti giudicati irriguardosi, insignificanti, paradossalmente oppressivi, mentre aspiriamo al troppo pieno come simbolo di un eccitante appagamento. L’invito a ridurre il superfluo, aderendo al progetto di riordino suggerito dal “decluterring”, non ci pare possibile. Le nostre case non sono più sinonimo di riparo, di rifugio, di riposo. In mezzo ad un catalogo indefinito e spropositato di roba da esibire noi umani ci sentiamo a volte degli intrusi, degli imbucati, delle presenze vacue. Gli oggetti, nella loro esuberanza, si sottraggono ormai alla categoria dell’utile, dell’indispensabile, del necessario, ma richiamano piuttosto ad un irresistibile desiderio di possesso, di status, di conferma interiore. Siamo quieti in mezzo a loro, ammaliati dalla loro presenza, tranquilli, soddisfatti. Disfarcene sarebbe una privazione dolorosa, insopportabile. Rappresentano un pezzo di vita, un legame affettivo che difficilmente riusciamo a rompere. Non riusciamo più a privarci di nulla. Siamo partecipi di un processo di appropriazione, anche come forma di riscatto dalle molteplici privazioni patite dalle generazioni passate, reso incontenibile da un consumismo pruriginoso e disinibito che ha contribuito a diffondere, rendendolo assillante, imprescindibile, saziante. Si è passati dalla società dello spreco alla società dell’orgogliosamente fatuo, della sfavillante balordaggine.
Naturalmente gli oggetti ci consolano. Succede così anche con gli aggeggi digitali, che sono anch’essi oggetti. Se perdiamo il cellulare ci sentiamo perduti. Non sappiamo resistere al suo costante richiamo. Una delle esperienze più traumatiche dell’individuo contemporaneo è quella di cancellare un’immagine dalla libreria dell’app fotografica. Tendiamo a trattenerle tutte, anche i doppioni. Certo, le foto ci riportano alla memoria un luogo, un’esperienza cui siamo particolarmente legati, tuttavia l’ansia di dover sempre scattare e quel frenetico nostro far defluire le immagini sullo schermo, da innocuo passatempo è diventata una trappola paranoica che tramuta la curiosità in monotonia, l’attenzione in sbadataggine, il coinvolgimento creativo in banale trascuratezza. Invece di sforzarci di rivivere l’emozione di nuovi istanti tendiamo ad inseguire frammenti di esistenza sfumati, già vissuti, ammassando il loro ricordo nella nostra testa. Ma non saremo mai in grado di apprezzarne il loro fascino originario. Quegli sguardi, quei sorrisi, quei momenti resteranno unici e irripetibili. L’attaccamento alle cose è diventato ormai una perversione che ci trattiene, imprigionandoci, in uno spazio fisico e mentale sempre più affollato, sempre più pesante, soffocante.

