Nel film “E’ stata la mano di Dio” il regista Sorrentino traccia in modo autentico e struggente il suo doloroso percorso di adolescente quieto e introverso che all'improvviso, rimasto orfano di entrambi i genitori per un banale incidente domestico, si vede costretto dall’imposizione della tragedia a dover scegliere il proprio destino di uomo, a superare la sua linea d’ombra.
Ma il film è anche una rappresentazione penetrante, a tratti commuovente, del volto duttile e austero di Napoli, almeno quando la camera da presa si nasconde ai suoi vizi e alle sue crepe, preferendo planare sulle onde carezzevoli del grande golfo, che simili al ventre materno, tutti accoglie e tutti soccorre con la sua indulgenza e i suoi moniti speranzosi. Sorrentino trattiene la Napoli che piaceva a Eduardo, ingorda di sorrisi, intrigante e scherzosa, mai banale e persino raggiante nel suo eterno germogliare di albe profumate, nel frastuono incantevole del mare d’inverno, negli esuberanti balconi eccitati di vita, nella precisione di certi splendidi soggiorni invasi di ninnoli eleganti e pensieri sferzanti. Questo film si presenta come una carezza data ad un mondo che non c’è più, dove i motorini non scoppiettano, i suoni riecheggiano armonici, gli abbracci trasudano tenerezza e conforto, persino il dolore è contenuto e dignitoso. Sembrerebbe una Napoli deliziosa e rassicurante, molto diversa da quella di Gomorra: più viva di vita, il cui candore viene raffigurato con la stessa intensità e lucentezza che ritroviamo nei racconti di Camilleri quando descrive la sua Sicilia. Con questo film Sorrentino, dopo aver molto girovagato tra gli universi sognanti dell’immaginazione, alla ricerca di un’impalpabile bellezza, diventa artista maturo immergendosi in un’appagante, ritrovata, coscienza interiore.
L’adolescente Fabietto trae ispirazione dall’atmosfera energica e volenterosa della sua città, dai suoi tormenti, dalla sua gioia e dalla sua generosità e soprattutto dalle tante magnifiche punizioni tirate all’incrocio dei pali dall’insuperabile Maradona, cioè colui che ha rappresentato il segno del risarcimento e della gloria, che ha messo ordine ad un mondo sempre sull’orlo di essere disarcionato. La mano di Dio che percuote, entusiasma, avvince, spiana la polvere dei vicoli coprendola di oro e di argento, illumina di orgoglio un intero popolo ad ogni albeggio, profuma di incenso le ceneri grondanti del suo fuoco ardente e passionale. La mano che non perdona, che gratifica e che non disunisce.
Senza le mani, scriveva Anassagora, l’uomo non sarebbe mai diventato sapiente. Attraverso le mani ha dominato gli eventi della sua evoluzione e si è appropriato della propria radice nel termine “umano”. La mano di Maradona diventa il simbolo eroico e portentoso che serve ad umanizzare e rendere cosciente delle proprie fortune un intero sottosuolo di volti, di gesti e di grida che raccontano la fatica di rialzarsi; la brezza purificatrice che ghermisce l’aria inquieta e rassegnata degli angoli più tenebrosi trasformandola in un sognante soffio vitale.
Alla fine del film Fabio prende il treno per Roma decidendo di proseguire la sua avventura di uomo con coraggio, accettando gli inevitabili imprevisti che la vita è pronta a procurargli. Mentre sale sul treno incrocia un “monaciello” incappucciato che gli augura buona fortuna sussurrandogli il fischio di riconoscenza e d’amore che i suoi genitori si scambiavano per salutarsi. Molti anni prima un altro giovane di nome Moraldo, nella scena finale de I Vitelloni, una mattina umida di vapore, si reca alla stazione di Rimini per salire sul treno che lo porterà a Roma. Anch’egli incontra un bambino con in mano una vecchia lampada a petrolio che lo riconosce e gli augura buona fortuna. Perché te ne vai? Gli chiede. Non stavi bene qua? Forse bisogna allontanarsi dai luoghi dell’infanzia per poter un giorno tornarci con lo sguardo compiaciuto e rinato dell’adulto. Dei rimandi con Fellini si è scritto molto. Tanti sono stati nel corso degli anni i rivolgimenti culturali e i cambiamenti di umore. Resta tuttavia lo stesso piglio nel descrivere la realtà che, come dice Fabio nel film, è sempre deludente. Per superare la durezza recalcitrante del reale, entrambi i registi, con tonalità espressive diverse, si prestano volentieri alla costruzione giocosa dell’esistenza, spesso facendo ricorso alla visione onirica, per restituirle quella chiarezza quasi indecifrabile che si apprezza solo dopo averla deformata e contraffatta. Solo allora la realtà diviene magnifica, emozionante, colorandosi di uno stupore infinito. E poi ci sono i miti da rappresentare e i misteri da svelare, i valori simbolici che nel frattempo cambiano e si colorano di nuove tinte, di nuovi significati. L’uomo ha bisogno della presenza del mito per sopravvivere alla sua mania di immortalità. Per questo Maradona segna e fa gioire, ridisegnando, con la sua forza divina, la potenza dei suoi simili, per aiutarli a superare i dubbi e le inquietudini del momento.

