Mario Draghi è stato sempre accostato per cultura politica e per il suo stile asciutto e affabile al grande economista J. Keynes, la cui teoria, pur essendo egli di origine borghese e conservatore sino al midollo, divergeva dalle istanze ideologiche della sua classe di appartenenza in quanto propugnava un maggiore intervento dello Stato nell’economia.
Entrambi si sono ritrovati ad affrontare, in epoche diverse, situazioni congiunturali terribili e complicate, il dopo Guerra e il dopo Covid, impegnati a ragionare su nuovi equilibri sociali, su nuovi modi di vivere, di pensare; intenti a progettare un possibile futuro di rinascita. Negli ultimi anni sono sopraggiunte ulteriori tribolazioni in gran parte dovute ai cambiamenti climatici e al governo dei flussi migratori. E’ aumentato anche lo scetticismo sulla capacità di tenuta del mondo occidentale diventato troppo iniquo e squilibrato ed è andato via via crescendo nelle persone la convinzione che questo modo di procedere, scommettendo sul rialzo continuo, su una crescita senza fine e su una insaziabile illusione di appagamento, non sia più sostenibile.
Dopo le macerie della prima guerra mondiale Keynes si era chiesto come mai proprio la borghesia illuminata, la sua classe, avesse trascurato i valori fondanti della democrazia avallando, forse per soli interessi speculativi, gli orrori della peggiore tirannide, fidandosi ciecamente di un sistema fondato sul libero mercato e sulla indiscriminata rincorsa al profitto individuale come valore assoluto. D’altra parte egli stesso considerava quello capitalistico il sistema migliore e più efficace, pur riservandosi il diritto di criticarlo, anche aspramente, giustificando ogni tentativo per emendarlo. Pur ritenendolo detestabile, scrisse nel “Le conseguenze economiche della pace”, quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, siamo estremamente perplessi. Non si trattava quindi di recuperare le idee marxiste o costruire un’alternativa di società, ma concordare sul fatto che l’idea ultra-liberista non poteva funzionare sino a quando privilegiava il profitto dei pochi e considerava con un atteggiamento compassionevole il disagio sociale, senza voler affrontare alle radici le cause del suo diffondersi.
Keynes, sappiamo, non solo si proponeva di stimolare la crescita economica garantendo un alto grado di benessere collettivo attraverso un welfare universale, ma era anche convinto che il sistema economico poteva reggere solo se fondato su robusti principi etici. Bisognava cioè trovare il giusto peso ed equilibrio tra creazione di valore, protezione sociale e ancoraggio morale, che furono poi le basi portanti delle grandi socialdemocrazie europee che trainarono lo sviluppo nel dopoguerra. Si è costruito, allora, il boom economico non solo con i soldi. Come sostiene lo storico Tony Judt: fu una rivoluzione intellettuale in cui non si desiderava essere ricchi, ma si sperava in un mondo migliore dove poter fare appieno ciascuno la propria parte.
L’aver abbandonato l’idea benefica di tenere assieme il generarsi della ricchezza con la considerazione umana ha portato gli ultimi trent’anni verso una crescita incontrollata e diseguale che ha impoverito il pianeta e fatto crescere sfiducia e diffidenza nell’animo delle persone. Per questo sarebbe inopportuno oggi, con il libero mercato rimasto in panne, perseverare con le stesse ricette del passato. Alla stessa maniera sarebbe pretestuoso considerare legittimo solo ora l’intervento stimolatore dello Stato, sentendosi fatalmente Keynesiani, perché ci si sente prigionieri in una tempesta, per una mera convenienza momentanea e passeggera, quando si è disposti ad accettare persino l’idea che la mano pubblica non dispensa più spesa pubblica dissennata e non è più sinonimo di malaffare e clientelismo. Draghi, pertanto, misura la sua autorevolezza e la fermezza dei suoi principi, maturati sulla scia degli insegnamenti di Keynes, attraverso la predisposizione di quei cambiamenti necessari a correggere in modo strutturale gli elementi distorsivi di un sistema chiuso e sfilacciato, rendendolo più equo e inclusivo, proporzionato nei costi e nei benefici collettivi. Tutti lo aspettano al varco per capire se resterà inchiodato all’immagine puntigliosa e austera del banchiere cinico, campione dell’alta finanza, oppure, se farà “tutto ciò che serve”, con tempismo e pragmatismo, per assicurare con i suoi provvedimenti una crescita rapida e duratura, insistendo su un ampio coinvolgimento sociale, ed inoltre se sarà capace di dare vita ad un percorso di risanamento delle degenerazioni economiche e culturali di un sistema ritenuto insopportabilmente avido ed egocentrico, sfrenato e senza regole, modellato su ciò che lo psicanalista Luigi Zoja ha chiamato “liberismo desiderante”, pronto, da un lato, a smarrirsi perseguendo i propri appetiti individuali, mentre, dall’altro, tende colpevolmente a sfrattare il prossimo dal proprio orizzonte visivo.

