All’inizio della sua esplosione, Alessandro Baricco paragonò la pandemia ad un formidabile “crash test”, il cui impatto avrebbe comunque rappresentato un’occasione irripetibile per mettere a collaudo, dare una registrata, ad una macchina sociale che da tempo dava segnali di scricchiolio, che non teneva più bene la strada. “Certe cose cambiano per uno choc gestito bene, avvertiva, per una qualche crisi convertita in rinascita”.
Ad un anno di distanza, l’inaspettato scossone iniziale si è ben presto trasformato in un logorante “black out” mentale, una contrazione paralizzante del respiro, tanto da frenare la spinta emotiva, e risucchiare la residua energia, degli esseri umani. Sarà per questo che un sintomo grave del contagio è la perdita dell’olfatto, che serve, di primo acchito, a mettersi in relazione con l’ambiente esterno, a slanciarsi verso il prossimo, annusandone la comunanza. Ciò che più sconcerta di questa pandemia è la prolungata sparizione del sogno dalle nostre vite. Nessuna corazza, per quanto robusta e resistente, può fare a meno del nutrimento della dimensione utopica e fantastica, senza il cui traino finisce inevitabilmente per sfaldarsi. La trasparenza dei sogni, la loro apparente impalpabilità, ci permette di proiettare quell’impareggiabile sfera luminosa che è in noi. Diversamente, l’attualità si appanna ed il presente viene soffocato dentro un alone di malinconia nevrotica, sfibrante. Attraverso la leva seduttiva dell’immaginazione riusciamo a praticare quello che Carofiglio definisce “distacco attivo”, che permette al nostro cammino di prendere inaspettate “deviazioni improvvise”. Quando noi osserviamo ciò che ci circonda, i nostri occhi mandano segnali visivi al nostro cervello che li elabora, trasformandoli in nuove immagini del mondo. La neuroscienza oggi ci dice che il cervello ha già una visione precostituita, già elaborata, della realtà esterna (altrimenti che cervello sarebbe?), ed utilizza i nuovi messaggi criptati degli occhi per poterne cogliere, modificandole, eventuali difformità o discrepanze. Avviene cioè un processo dinamico di continuo aggiornamento, in tempo reale, in cui il cervello corregge alcune sfumature dissonanti rispetto alla sua percezione delle cose. Ciò significa che la conoscenza del mondo esterno non è altro che la rappresentazione che già abbiamo sviluppato nella nostra testa, e che il cervello visivo confronta ininterrottamente con la realtà. Il mondo esterno, dunque, cambia assecondando i nostri desideri, le nostre visioni. La verità inconfutabile del mondo è solo dentro di noi. Se smettiamo di sognare, il collegamento che stabiliamo con la realtà diventa sterile, inadeguato, insignificante. La consistenza dei sogni, invece, ci permette un dialogo attivo e incessante con il nostro inconscio, facendoci scoprire molte più cose di noi e del nostro rapporto con gli altri, ci conforta nell’affrontare la complessità della vita. Federico Fellini, attraverso le sue costruzioni fantastiche, le sue atmosfere oniriche, chiariva, scavando nel profondo, le angosce e le inquietudini dell’animo umano. Anche i racconti favolistici di Calvino erano orientati a questo scopo, così come le metafore grottesche e paradossali di Kafka. E si potrebbe continuare. La corsa impazzita del contagio, inoltre, ha definitivamente sgretolato la nostra sicurezza nell’idea di possedere la verità su tutto, di conoscere già tutto, perdendo lo stimolo di andare a curiosare oltre i confini del mondo. Se tutto è noto, se tutto è a portata di mano, la mente si arena. Se non trova ostacoli, se non c’è una siepe che “da tanta parte dell’ultimo orizzonte lo sguardo esclude”, come sarà possibile fingersi in un infinito che stordisce, riscoprire un altrove sconfinato e appagante? Leopardi ci invita a scoprire l’immenso che c’è in noi, a non aver paura, ad osare. Espressioni come “annegare” o “il dolce naufragare” li ritroviamo anche nella Tempesta di Shakespeare, dove in mezzo allo scenario magico di una burrasca devastante, costellata di incanti e spiriti diabolici, prende corpo una storia che racconta di regni usurpati, di intrighi omicidi, di colpe espiate e amori che trionfano. Non è questa la vita vera? Un imprevedibile intreccio di istanti mutevoli e provvisori, innalzati a verità autentica dalla nostra natura sognante, intrepida, misteriosa. Per questo Shakespeare afferma che siamo fatti della stessa materia con cui sono fatti i sogni, fulminei e fugaci, a volte minacciosi e crudeli, ma profondamente vitali e potenti. Se smettiamo di sognare cediamo al nemico, sfaldiamo la nostra esistenza, ci trasformiamo in automi rassegnati e privi di coscienza. Senza sogni non esiste alcuna realtà.

