2020

Tenere occupate le persone, farle sentire impegnate in qualche attività per poter prevenire e governare, soprattutto nei periodi di recessione economica, l’insorgere di potenziali tumulti e agitazioni sociali, è stato da sempre il problema principale delle classi dominanti. La dinastia Qin in Cina fece costruire una interminabile muraglia per tenere a bada milioni di persone,

paventando una improbabile invasione dei mongoli. Nell’attuale crisi post Covid la presenza di una larga disponibilità di manodopera fa crescere il rischio di malumori per cui, non potendo costruire muraglie, si cerca di correre ai ripari con sussidi, sgravi fiscali, sostegni di sopravvivenza, sistemazioni di ripiego e prestazioni sbrigative, senza valore. Non sorprende se le nuove generazioni non si sentano più in colpa verso una società matrigna che li tiene sospesi in una precarietà permanente e non accettino più quel senso del dovere legato all’idea nobile e virtuosa del lavoro. Nel modello farraginoso del mercato di lavoro persiste la contraddizione tra l’esigenza di sostenere gli investimenti nel campo dell’innovazione e digitalizzazione e l’incapacità di prevedere un efficace assorbimento della forza lavoro posta in esubero dalla sua stessa crescita. Inoltre non c’è nessun progetto realistico di qualificazione e nessun obbiettivo di riduzione generalizzato degli orari, permanendo invece un’esposizione ad una instabilità ed una inconsistenza ancora più frustrante che nell’immediato può servire ad arginare l’inquietudine delle persone, ma non ne riempie di significato l’esistenza, liberandola da fatiche e complicazioni ancora più ardue. Si ripropone, per comodità, l’incentivo vantaggioso e indiscriminato verso un lavoro sottopagato, abbozzato, come il dilagante working poor, in cui si raccolgono frammentarie briciole di dignità e di salario, si riempiono cesti di semi che non germoglieranno mai: una condizione lavorativa misera, a volte più abbruttita di quella raccontata da Dickens nella Londra della prima rivoluzione industriale. Nel saggio breve “Prospettive economiche per i nostri nipoti”, scritto nel periodo convulso tra le due guerre mondiali, in mezzo ad una marea di disoccupati ed un mondo da ricostruire, l’economista Keynes immaginava che nel giro di pochi decenni la società umana, risolti i maggiori problemi di sussistenza, liberata dall’assillo e dalla passione morbosa del dover accumulare denaro come obiettivo principale, dopo aver raggiunto stadi elevati di benessere, si sarebbe trovata nella condizione di dover disporre di molto tempo libero e di dover pensare a come ”maneggiare meglio le arti della vita e fare meno attenzione alle attività che definiamo impegnate”. La natura del lavoro nella società contemporanea è diventata soffocante e oppressiva anche per le imprese che sono costrette, loro malgrado, ad una guerra di competizione esacerbata dentro dinamiche sempre più spietate e ingovernabili, dove il target gratificante viene sempre rimandato di giorno in giorno, provocando disturbi nervosi e angosce durature.
L’imprenditore vicentino ritrovatosi dentro una macchina di terapia intensiva di un ospedale dopo aver rifiutato con una certa baldanza il ricovero e le cure previste per essere risultato positivo al Covid è forse il simbolo inconsapevole dell’orgoglio ferito di uomo di successo, sempre motivato e aggressivo, che non è abituato ad essere sopraffatto e umiliato dagli eventi della vita, ma si esercita a volerla dominare, concentrato e coinvolto emotivamente con le sorti e le finalità dell’azienda, legate indissolubilmente all’unico scopo del guadagno e del successo, come unici misuratori del proprio piacere. Un’assuefazione all’onnipotenza così profonda ed eccessiva, che segna il proprio intimo e porta spesso a forme latenti di depressione e dipendenza patologica di chi trova pace e godimento solo in attività strettamente connesse al suo voler comunque primeggiare, senza pause di refrigerio per la mente e per lo spirito. Una vita all’inseguimento, in cui si pretende di sentirsi ogni momento Dio, non è sostenibile. In questi casi lavorare non “stanca”, ma uccide. L’uomo moderno, scrive Bertrand Russell “Nell’elogio dell’ozio”, di fronte al mito dell’efficienza ha perso il gusto di godere del tempo libero, mentre la convinzione che le attività auspicabili siano quelle che fruttano quattrini ha messo tutto sottosopra. Vissuto, come Keynes, nel periodo più critico di inizio Novecento egli riteneva che in questo mondo si lavora troppo, e che mali incalcolabili derivano dalla certezza che il lavoro sia cosa sana e virtuosa, “mentre la strada della felicità ed anche della prosperità si trova nella diminuzione del lavoro”. Parole chiare e semplici che invitano oggi a riflettere sulla qualità del lavoro che si vuole incentivare.

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La lettura supera la vista

Gli scrittori arabi dicevano che un libro è il migliore e più sicuro amico, collega ciò che è lontano a ciò che è vicino, il passato al presente: il lettore si ferma di continuo in quel che legge con un'attenzione permanente; mentre chi si accontenta di guardare, anche a lungo, non si arresta a nulla. Ecco perchè "la lettura supera la vista" dicevano gli arabi.
(Pietro Citati)

 
 
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Carmelo Zaccaria

Il libro scritto da Carmelo Zaccaria "Il Potere del web - la Potenza delle fiabe" è stato ripubblicato in una nuova edizione dalla Casa editrice "Il Convivio" 

 

  

In questo libro analizzo e metto a confronto modelli di comportamento e reazioni emotive che animano il bambino nella costruzione della sua personalità, a seconda che siano influenzati dal web o dalle fiabe.

Tra il mondo virtuale dei Bit ed il mondo magico delle fiabe non sembra esserci spazio di condivisione o di compromesso. Oggi certamente la comunità digitale sembra esprimere un approccio mentale più evoluto e innovativo, rispetto ad una concezione ritenuta retrograda delle fiabe, se non fosse che sta delegando le potenzialità dell’intelletto umano ad una macchina. Ed inoltre ritengo che certi valori come l’umiltà, il coraggio, la semplicità, la generosità, l’altruismo, che sono preziosi punti di riferimento del mondo fiabesco, dovrebbero essere maggiormente riconsiderati dal punto di vista pedagogico.

Ce ne sarebbe un gran bisogno, considerate l’inquietudine e la deriva sociale di cui sono vittime gli adolescenti di oggi. Mettere d’accordo il mondo digitale con il mondo delle fiabe, farli convivere, trovando i modi e i tempi giusti di influenzare positivamente, ognuno per la sua parte, lo sviluppo psicologico del bambino, anche se può apparire arduo, è tuttavia uno sforzo supremo che va tentato.

 

 

 

Il racconto di dieci anni di storia

Si intitola “Il tempo migliore – divagazioni sul presente irresistibile e artificioso” il volume di Carmelo Zaccaria uscito per i tipi della Scorpione Editrice. Si tratta di una raccolta di articoli che l’autore ha scritto sugli eventi che hanno segnato l’ultimo decennio.