La Fase due porta decisamente male ai virologi a cui non viene più riconosciuta quell’iniziale, rigorosa, cautela sulla dinamica contagiosa del virus. Passato lo smarrimento, stremati dal lockdown, non tolleriamo più alcuna titubanza che possa ulteriormente turbare il nostro presente, semmai ci aspettiamo qualche proiezione balsamica sul futuro che sia in grado di lenire le nostre ansie,
rimuovere la nostra angoscia. Nel momento tanto agognato della ripartenza consideriamo gli ammonimenti dei virologi ed epidemiologi con sincera antipatia, apostrofandoli come profeti di sventura, pretestuosi e scocciatori. Insomma questi scienziati del ramo infettivo, dalle cui labbra tutti dipendevamo nell’emergenza più cupa, sembrano ormai fuori contesto. La verità è che non c’è mai stato modo di far digerire alle persone le cattive notizie, soprattutto se queste riflettono un modello di vita distorto e dissennato. Come facciamo ad accettare l’indissolubile convivenza che intercorre, sin dall’alba dei tempi, tra gli esseri umani e la follia capricciosa della pandemia? Come far comprendere la protervia di questi mostriciattoli invisibili sempre pronti a saltar fuori ad ogni occasione propizia? Le storie perigliose e fulminanti dei contagi da virus preferiamo non sentirle, anche se, come ampiamente documentato da David Quammen nel libro Spillover, fanno parte del grande mistero dell’evoluzione e non si tratta solo di pura casualità. Quammen ci spiega come tutte le influenze umane sono dovute a salti di specie, cioè riguardano patogeni che si nascondono e si replicano per anni dentro qualche animale, che siano chirotteri, scimpanzé, zibetti o roditori, creando con questi cosiddetti ospiti serbatoio una relazione prolungata di sopportazione e di tolleranza, almeno sino a quando qualcosa muta nell’ambiente esterno. Il compito dei virologi ed epidemiologi è quello di capire dove si è sviluppato il primo focolaio di infezione, dove è avvenuto il salto di specie, quasi sempre individuato in lande sperdute del pianeta dove si sono riscontrati danni nell’ecosistema.
Prendiamo il virus Hendra esploso qualche anno fa in Australia. La malattia si diffuse inizialmente tra i cavalli. Furono chiusi tutti gli allevamenti, eliminate le corse e abbattuti tutti gli animali infetti, ma il contagio proseguì. Il problema fu risolto solo quando si riuscì a scoprire la tana del virus, cioè un albero di ficus gigante all’ombra del quale i cavalli sostavano per prendere un po’ di fresco. L’albero di ficus si trovava al centro di una immensa zona di pascoli. In pochi decenni però le città vicine si erano ingrandite e popolate: dove c’erano stalle erano sorte villette a schiera che avevano eroso gli spazi boschivi intorno. I pipistrelli sentendosi assediati nei loro habitat abituali, erano costretti ad avvicinarsi progressivamente verso luoghi frequentati da persone ed altri animali, trovando anche comodo dormire di notte su qualche albero accogliente. Il primo cavallo probabilmente si sarà infettato bevendo urina di pipistrello. Lo spillover è quindi passato dai pipistrelli ai cavalli, poi dai cavalli all’uomo (tutti mammiferi). I cavalli amplificarono il diffondersi del contagio perché erano nuovi del posto, in quanto importati in Australia da neanche duecento anni, mentre il virus c’era già stabilmente, anche se era rimasto quieto all’interno del suo ospite pipistrello sino a quando l’ecosistema non ha subito devastazioni.
In questi giorni si è parlato molto dell’iniziativa del fotografo internazionale Salgado in difesa dell’Amazzonia, dove non è mai cessato il criminale saccheggio da parte di contrabbandieri e speculatori. Intere comunità di indigeni inermi potrebbero essere sterminati all’avvicinarsi del virus, come gli indios del Cinquecento. Sarebbe un genocidio, afferma Salgado, preoccupato dalla scomparsa di un pezzetto di identità planetaria che “custodisce una sapienza nel rapporto con la natura che noi abbiamo perduto”. Se distruggiamo gli ecosistemi, abbattendo alberi o uccidendo fauna selvatica, smuoviamo i virus dai loro ospiti naturali e ci offriamo spontaneamente come ospite alternativo. I patogeni che fuggono o si disperdono nell’aria devono trovare un rifugio dove sopravvivere e la presenza di miliardi di essere umani può essere uno scopo di accasamento molto prezioso per la loro sopravvivenza. Non sono loro i cattivi, siamo noi che li stuzzichiamo.
Le aggressioni delle malattie infettive non sono incidenti di percorso o calamità naturali ma sono conseguenze di nostre azioni improvvide e dissennate. Il nostro modello sociale e la pressione sull’ambiente, provocata dalla nostra specie sull’intero pianeta, attira nuovi patogeni e loro non si fanno certo pregare avendo una naturale predisposizione all’accomodamento.
Su questo vigilano i virologi. Alcuni di questi scienziati passano giornate insinuandosi faticosamente dentro le foreste del Borneo o lungo i corsi fluviali del Congo, sdraiati dentro cunicoli e grotte puzzolenti, armati di siringhe, per prelevare campioni di saliva di pipistrelli o residui di carcasse di gorilla da sezionare, alla ricerca di minuscole tracce di storia genetica del virus che analizzate in laboratorio servono a rendere plausibili terapie valide a salvarci la pelle. Per questo dovremmo riservare al loro lavoro tutta la nostra riconoscenza e gratitudine, anziché sguardi infastiditi.

