La psicosi da coronavirus ha repentinamente archiviato dalla cronaca l’ennesima sanguinosa strage razziale avvenuta pochi giorni fa ad Hanau. Episodi terroristici di matrice xenofoba vanno oltre il singolo disturbo mentale e convogliano germi di un diffuso malessere scatenato dalla perdita del proprio status sociale, dalla mancanza di punti di riferimento e dal predominante flusso mediatico entro cui l’uno diventa improvvisamente moltitudine,
semplificando a dismisura il disprezzo per la vita umana. La rabbia esplode nel sentirsi abbandonati ed esclusi, senza scialuppe di salvataggio, dando origine a quello che Marco Revelli ha definito “la fibrillazione dei margini”. Si è scritto molto sulla deriva populista che sobilla questo disagio, convertendolo in atti di aggressione e di ferocia inaudita, sempre in attesa che arrivi qualche segnale positivo in grado di contrapporre all’odio un sentimento di apertura e di dialogo. Ma è proprio così? O forse la società attuale è troppo benestante e sdegnosa per non essere anche profondamente egoista e tremendamente indifferente? Si ha come l’impressione che pur avendo raggiunto elevati standard di agiatezza tendiamo a piangere miseria più del dovuto, bloccati sa una sorta di vittimismo paranoico. Forse siamo davvero diventati “tecnicamente incoscienti”, come sostiene Ezio Mauro. In fasi storiche come questa la sensazione di essere sempre più poveri e derelitti prevale anche quando conduciamo una esistenza dignitosa.
Lester Thurow, descrivendo la società a somma zero scriveva: “la sicurezza economica è per l’uomo moderno ciò che un castello ed un fossato erano per l’uomo medievale”. In assenza di crescita economica le difficoltà si fanno sentire, le tensioni tra gruppi sociali aumentano perché si percepisce che la torta da dividere rimane sempre la stessa. Nessuno vuole accettare di perdere la propria fetta e sa che l’unica possibilità di riceverne un’altra è quella che qualcun altro debba perderla. Thurow definisce quello a somma zero un gioco in cui le perdite uguagliano le vincite. Ora però questa faccenda ci rende furiosi, perché a questo gioco non siamo abituati.
Il sociologo Luca Ricolfi riprende questa metafora nel suo recente libro “La società signorile di massa” in cui descrive la dinamica ambigua e contradditoria che accompagna la società italiana a volte rappresentata in declino, e con seri problemi di impoverimento, altre volte come una società opulenta, piena di privilegi, che riempie i ristoranti e i posti di villeggiatura. I dati riportati sono impressionanti: Il numero di cittadini che non lavora, “ma che accedono al surplus senza lavorare”, sono più numerosi di quelli che lavorano (cioè il 40%), mentre l’accesso al consumo opulento resta massivo. Le famiglie italiane che non vivono in condizioni di povertà assoluta, sopra la soglia di povertà, superano il 95% dei cittadini italiani residenti. Queste condizioni di benessere sono state determinate attraverso l’enorme ricchezza accumulata, tra immobili e soldi in banca, negli anni post-guerra, da almeno due generazioni, trasformando una società agricola in una delle prime società industriali. Ora che l’economia si è fermata, scrive Ricolfi, ci si affida allo sfruttamento di questa ricchezza e alla intermediazione pubblica per poter vivere senza dover calare nello stile di vita. Stiamo tutti in groppa al patrimonio (e al debito pubblico) accumulato dai nostri genitori.
Ma c’è di più. La distruzione della scuola e il depotenziamento dell’istruzione ha di fatto facilitato il percorso degli studi e reso superflui i titoli di laurea contribuendo ad infiacchire la volontà dei giovani nel misurarsi con i problemi e le difficoltà del momento, a volte “rinunciando volontariamente” a lavori considerati poco dignitosi, potendo però contare sempre sulla riserva di patrimonio familiare. L’altro pilastro su cui poggia la società signorile di massa è una consolidata infrastruttura “paraschiavistica” segnata da un’occupazione fatta di lavori infimi, degradati, con paghe da fame e senza protezione, oltre ad una diffusa economia illegale. Senza questa manodopera servile, come ribadiva Luciano Gallino, sarebbe complicato immaginare una società capitalistica in larghissima parte benestante che ripropone, incredibilmente, dinamiche simili ad una economia feudale.
Sarà per questa disinteressata comodità o per sfuggire al dilemma di prendere decisioni che possano intaccare le prerogative di qualcuno che non passa giorno in cui il problema della crescita viene evocato e drammatizzato finendo sempre per occuparsi di prescrizione e nomine Rai? Nel frattempo il morbo del rancore sociale cresce, mentre si dileguano le opportunità aperte a tutti. Esauriti i posti in poltronissima ci si accomoda in platea dove si fa di tutto per emergere, farsi notare, sbracciarsi, perché sentirsi inferiori non è mai piacevole. Prevale nell’insieme quello che il filosofo Maffettone chiama simpaticamente “Qualcunismo”. Proiettiamo migliaia di selfie, con uno stentoreo voyerismo, non potendoci più cimentare sul terreno della competenza, e fremiamo nel sentirci dire quanto siamo belli, moderni e per niente anacronistici. A qualcuno basta esibirsi in foto, ma saranno sempre di più quelli che, per sfida o per semplice crudeltà, proveranno a sparare sulla folla.

