Accade che nei periodi di grandi trasformazioni sociali le pulsioni collettive sparigliano i principi fondativi del mondo esistente, mentre si affacciano nuove istanze che reclamano un radicale, quanto incognito, cambiamento. La mobilitazione delle sardine ad esempio apre importanti spazi di riflessione riguardo
ad una diversa visione di società, senz’altro meno angosciante almeno ad immaginarla dalla vivacità dei colori esibiti nelle piazze. E’ però già successo in passato che sollecitazioni spontanee siano state considerate semplici manifestazioni di folclore, pittoresche ed estemporanee. Invece una leadership attenta oggi dovrebbe cogliere ed interpretare, valorizzandolo appieno, il messaggio di novità e di freschezza che diffondono tali segnali.
Ci sono passaggi decisivi nella storia in cui non basta essere scaltri e brillanti, al passo con i tempi e dotati di buon senso. Essere leader significa altro. I veri capi, quelli che trascinano le folle o se ne fanno trascinare, sono una loro diretta emanazione, megafono dei loro sentimenti e delle loro speranze. Il vero leader incrocia lo stupore delle folle, fomenta il riscatto, puntella il suo entusiasmo. Altrimenti se si è provvisti di grandi capacità organizzative e di un fiuto mirabolante nell’anticipare gli eventi, non si potrà contare che su un seguito innocuo e transitorio, una nebulosa evanescente, uno sbuffo di lava che incenerirà al primo sussulto, senza diventare mai un’incandescente e temeraria eruzione magmatica.
Sappiamo che le masse vanno dietro al leader perché rispecchia le sue credenze e le sue ossessioni, ma soprattutto perché vogliono vincere, risalire la china, riprendersi la vita. Il sociologo Le Bon ha analizzato in “Psicologia delle masse” gli aspetti negativi e sorprendenti che sintetizzano il successo di un leader: cioè affermare principi e motti solenni evitando sapientemente di spiegarli e senza mai entrare nei particolari, ripeterli ad ogni occorrenza come totem (i professionisti del marketing lo chiamano “effetto esposizione” cioè più senti ripetere le cose o vedere certe immagini più ti saranno familiari e piacevoli) sino a quando con la loro ripetitività saranno assimilate da una massa voluttuosa, prendendo la forma di un incontenibile contagio. Si entra, afferma Le Bon, dentro una allucinazione collettiva in cui l’elaborazione intellettuale, il pensiero, la ragione, persino la propria stessa convenienza scompaiono. E’ l’analisi spietata del populismo.
Il ruolo attivo di Internet e dei social media ha reso poi “virale” questo bisogno di condividere il verbo da parte di persone anonime, tra loro sconosciute, credendosi una moltitudine e illudendosi di potersi riconoscere in un unico esercito potente e pieno di fiducia che rifiuta una realtà che sente lontana, nemica. Non c’entrano l’autenticità delle parole e la conoscenza dei fatti, ma la spinta emotiva, sobillatrice della massa. Nella vicenda della peste narrata nei Promessi Sposi non ci sono ragioni scientifiche che riescano a contenere la convinzione della folla sulla responsabilità dell’azione malvagia degli untori nel propagare l’epidemia.
Il leader maximo costruisce su queste basi ingannevoli il suo prestigio. Ma questo non nasce dal nulla, succede quando la massa è arrivata ad un punto di saturazione e di disgusto del presente; quando non trova alcuna prospettiva riguardo al futuro. Allora si preferisce ingoiare qualsiasi chimera attraente anche se si presenta come un esperimento velleitario, che va contro anche alle proprie intime convinzioni e i propri interessi, avendo perso per sempre la fiducia sulle promesse fatte e mai mantenute di quelli di prima. E’ accaduto per la Brexit e per Trump.
Forse per recidere questo vincolo morboso con le masse osannanti e vedersi concessa un’altra possibilità di rivincita servirebbe una nuova parola. Una parola comprensibile in grado di rovesciare il tavolo attestando in modo inequivocabile che la crisi economica, la sensazione di impoverimento e di marginalizzazione delle persone, riducendo sempre più redditi e aspettative, aumenta la loro indignazione. Una parola non più ancorata sulle glorie del passato, ma che se ne distanzi nettamente; una parola audace e pericolosa piuttosto che la solita litania infarcita di stucchevoli distinguo. Quando arrivarono le caravelle degli Spagnoli con i loro cavalli e la loro scrittura, che gli aztechi ignoravano, furono scambiati per Dei. Gli indiani si esprimevano con disegni su cui proiettavano il loro tempo antico, costruito sulla monotonia di presagi e di figure immobili. Pensavano che fosse già tutto regolato e che nessun pensiero poteva essere nuovo. “La ripetizione prevale sulla differenza” scrive Todorov in “La conquista dell’America”, ed anche per questo furono sterminati.
Redimersi dal populismo e progettare il nuovo mondo che vorremmo dipende anche dalla presenza di un leader che sappia tracciare una rotta di respiro più ampio, meno arrendevole. Ma per farlo, scriveva Bauman, “servono menti lucide, nervi d’acciaio e molto coraggio”. Un nuovo leader, appunto.

