
L’accordo sulla “flessibilità sostenibile” sottoscritto alla Luxottica stabilizza a tempo indeterminato 1.150 dipendenti e prevede tempi più ridotti di lavoro con busta paga invariata, e soprattutto rende più significativo il coinvolgimento e l’attenzione verso i lavoratori, e perciò rappresenta una decisiva inversione di tendenza volta a calmierare gli effetti distorsivi congeniti nel modello neoliberista di organizzazione produttiva,
sempre più espressione di una economia proditoria fondata sulla finanza e sulla rincorsa paranoica del profitto. Se per un verso l’evoluzione tecnologica non affranca dalla fatica, piegando gli individui in un vincolo sempre più assorbente, dall’altro la precarietà occupazionale accomuna intere generazioni che restano senza prospettive e senza protezione, privi di speranze e di una vita autonomia, relegati in panchina come cittadini di seconda serie. E questo per il futuro del Paese è semplicemente una rovina, oltre che un delitto.
Di fatto il lavoro, come ha scritto Massimo Recalcati, viene escluso dalla centralità umana, perché “non è il lavoro ad essere un valore, ma è il valore che riproduce se stesso a prescindere dal lavoro”. Questo certifica la realtà di fondo della civiltà industriale: il lavoro non porta la felicità perché, quasi in tutte le incombenze, prevalgono sempre le inumane leggi del mercato e del guadagno. Non è scontato ottenere il meglio di sé stessi inseguendo priorità utilitaristiche, soprattutto se l’utile si realizza per conto terzi. L’utile ha significato solo se l’impegno lo dedichiamo a noi stessi, se rappresenta il succo della nostra vita, se ci permette di diventare migliori.
I forzati del lavoro invece sono sempre di corsa, sempre nelle curve, indaffarati, pronti a cavalcare l’onda spasmodica del successo, regolando ansie crescenti con attimi di cocciuta onnipotenza. Andando oltre il non richiesto, bruciano in modo irrefrenabile il proprio tempo che scompare per la propria sfera privata, per i propri desideri, perché dal lavoro difficilmente ci si disconnette. Agli apparati poi, sostiene Umberto Galimberti, non ha mai interessato la sorte degli individui, ma solo efficienza e produttività. Tesi suffragata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che ha incluso la fatica di lavorare come disturbo della salute soprattutto per quegli impieghi in cui è obbligatorio compiacere i clienti e mostrare loro totale apprezzamento. Il temine tecnico si chiama burn out, una sorta di atrofizzazione della personalità. Essere costretti ad allinearsi oltre il necessario ed il consentito però assorbe energie vitali sottraendole al proprio benessere, annullando il proprio pensiero. Non è proprio la migliore tecnica di volersi bene.
Una dissociazione ritratta da Christopher Bollas nel tipo normopatico che si disinteressa della propria vita interiore, abbandona la propria mente per un’esistenza più sicura, trovando rifugio solo nella certezza del lavoro e nelle fonti materiali dell’esistenza. Nel film “Quando un padre” il cacciatore di teste Dane Jensen (Gerard Butler) fa del proprio lavoro un’attività globale e asfissiante cercando di guadagnare più denaro possibile, inseguendo caparbiamente successo e carriera, trascurando gli affetti prima della cura di sé stesso. Quando la sua vita viene sconvolta dalla grave malattia che affligge il suo primogenito di dieci anni sprofonda in un abisso di incredulità e sofferenza. Solo in quel momento recupera il vero senso della propria esistenza deviandola su un percorso più conveniente e fecondo, centrando le sue priorità.
Oggi molte aziende invece di porre in atto relazioni più appropriate con i propri dipendenti, migliorandone l’equilibrio lavoro e vita, ricorrono alla presenza di life coach o format dedicati per farli sentire più coinvolti e soddisfatti. Purtroppo questi espedienti non sembrano incidere sul grado di appagamento dei dipendenti ma vogliono semplicemente orientare l’attività dei singoli, migliorandone la performance, superando i momenti critici che sono di ostacolo al raggiungimento degli obiettivi aziendali. Il sociologo Wiliam Davies nel suo saggio “L’industria della felicità” afferma che “oggi la felicità del dipendente è vista sempre più come capitale dell’azienda e leva del profitto”.
In questo senso i call-center rappresentano forse l’immagine più deteriore del nuovo capitalismo con remunerazioni indecenti ed una manodopera rassegnata a svolgere mansioni sempre più umilianti.
L’accordo sindacale della Luxottica è un segnale importante perché rilancia l’idea di una maggiore considerazione delle persone. Il patron Lorenzo Del Vecchio ha dichiarato che più si rispetta il lavoratore più si eleva la qualità del suo contributo e della sua esperienza in azienda. Nelle sue parole non c'è ipocrisia, non c'è traccia o promessa di felicità, ma richiama i valori di dignità e di rispetto, abbracciando il percorso utopico perseguito da Adriano Olivetti nell’esaltare il lavoro nella sua dimensione umana, senza avvilirlo nell’asservimento della mente ai soli fini aziendali.

