
Assonanze e parallelismi tra fascismo di ieri e attualità sociale e politica sono all’ordine del giorno. E così dentro le già traballanti convinzioni sulla tenuta del nostro sistema democratico si insinuano spesso dubbi che ci disorientano.
Alcuni nostalgici riferimenti al ventennio sono magari coincidenze o banali similitudini, tuttavia segnalano una percezione di sbandamento e di preoccupazione che tiene inchiodato il nostro destino di nazione dentro una permanente seduta psicoanalitica di complessa introspezione.
Sarà anche per questo che ci interroghiamo ancora su quella sera di cento anni fa in cui furono costituiti a Milano i Fasci di combattimento in Piazza San Sepolcro, dove in una sala fumante di schiamazzi ebbe inizio, per sfida o per scommessa, l’avventura fascista. Di quella serata Indro Montanelli nel “Italia in camicia nera” ci ha lasciato una dettagliata rievocazione: ”I convenuti a quella cerimonia, di cui per vent’anni tutta l’Italia fu costretta a festeggiare solennemente la ricorrenza, non furono più di trecento, anche se poi l’onore di avervi partecipato fu rivendicato da parecchie migliaia di persone che in qualche modo riuscirono a farselo riconoscere”.
Guardando bene dentro il fermo immagine di quella adunata si scopre la presenza di una gioventù ardimentosa e ribelle, arditi e volontari di guerra, invasati che prendevano la vita all’arrembaggio con in bocca l’odore acre di pugnale, esaltati senza un progetto di vita se non il desiderio di menare le mani, inseguendo e reclamando un sogno di riscatto e di riabilitazione. Furono in gran parte questi disperati in cerca di redenzione il giusto collante per progettare quella rivoluzione fascista che sembrava ineludibile, imprescindibile, a portata di mano; si dovevano solo scegliere gesti e posture artificiose, quasi da avanspettacolo, e un brogliaccio di parole d’ordine infuocate: allora la frase simbolica gettata in pasto a quegli esagitati fu “Vittoria mutilata”, oggi potrebbe essere “L’Italia agli italiani”.
Quella sera Benito Mussolini guardando sconsolato il volto di quella umanità scalmanata, si mise forse a masticare quei pensieri che Antonio Scurati gli mette in bocca nelle pagine del suo libro su Mussolini (M.-Il figlio del secolo) ”…solo questa è la mia gente. Io sono lo sbandato per eccellenza, il protettore degli smobilitati, lo sperduto alla ricerca della strada. .. In questa sala semivuota, dilatate le narici, fiuto il secolo, poi tendo il braccio, cerco il polso della folla e sono sicuro che il mio pubblico ci sia”.
E’ inevitabile dover riflettere ancora oggi sul come uno sprovveduto drappello di irriducibili, in pochissimo tempo sia riuscito ad impadronirsi del potere; c’è da ripensare a come una maggioranza schiacciante in Parlamento e nel Paese invece di soccorrere una popolazione sofferente, messa in ginocchio dalla guerra e da una profonda crisi economica, banalizza l’irruenza verbale, accetta il ricatto criminale delle milizie, abbandona un serio progetto di modernizzazione della società e smette di combattere, preferendo vestire i panni nobiliari dell’accomodamento responsabile, del borbottio e della lanosa sottigliezza dialettica. La storia in quel momento passò inosservata forse disgustata dalle divisioni e dai miserabili distinguo con cui si continuò a traccheggiare: “Quei leader politici, scriverà Nenni, offrivano lo spettacolo dei dottori della Chiesa che, mentre il loro mondo va in rovina, disputano sulla lettera dei sacri testi”.
Un autolesionismo e un’alzata di sopracciglia che ricorre spesso nelle nostre vicende politiche assieme al gusto fratricida nel godere del disastro parentale. In questi frangenti qualcuno si trova sempre che capisce come sfruttare il rancore per la lotta politica, come mettersi alla testa di un esercito di insoddisfatti, smarriti nell’odio e nella nausea, angosciati di perdere anche quello che non hanno mai posseduto. Ed è in quel momento che nasce il capo; è allora che si passa dall’intolleranza al fanatismo, come su un piano inclinato verso il precipizio. Il fascismo che ogni tanto si evoca e di cui si prendono, inorriditi, le distanze si realizza non solo subendone la prepotenza e il ricatto, ma si poggia sulla disarmante accondiscendenza ad accettare una bisognosa sottomissione, pur di liberarsi dalla paura del presente e recuperare l’identità perduta.
Il fanatismo di ieri si manifesta anche oggi, almeno in alcuni tratti, con la stessa arrogante rigidità mentale e nel sentirsi orgogliosi di vivere in un mondo chiuso e protetto il cui sollievo si trova solo nelle parole balsamiche del capo. Il fanatico, scrive Amoz Os, è un punto esclamativo ambulante, desidera cose semplici, soluzioni immediate e categoriche, odia le differenze e detesta il resto della specie umana diversa da lui. Il fanatico non accetta lezioni da nessuno, la complessità e il confronto lo irritano, le debolezze del genere umano lo esaltano e, ciò che più preoccupa, fa sorgere, inevitabilmente, terribili collegamenti ed analogie con epoche passate piuttosto funeste.

