Dove ho imparato ad amare si chiede lo sposo nell’ultimo libro di Maurizio Maggiani intitolato appunto “L’Amore” e quanto tempo ci ho messo ad imparare a dire ti amo, si chiede, che non ricordo di averla mai sentita questa parola in casa quando ero piccolo,
anche se lo sposo è sicuro che i suoi genitori si erano voluti bene come avevano voluto bene anche a lui, affetto e carezze non erano mancate, solo che non c’era l’abitudine di dirselo tra loro, ecco, non si usava proprio a quel tempo per pudore: una smanceria su cui sorvolare, anche se erano l’uno dentro l’altro e non c’era bisogno di dirsi ti amo “perché non serve dirmi ti voglio bene, lo so già ” l’amore smette di essere un lusso e si trasforma in lirica nel romanzo di Maggiani che descrive una giornata assolata di autunno di due sposi in una dimora di campagna, tra immensi alberi di quercia e cespugli di rose rosse, tra talpe che insidiano i sedani dell’orto e le civette canterine che scandiscono il ritmo della notte che insegue la luna, l’amore di uno sposo che decide di liberarsi da tutti gli impegni di lavoro per percorrere a ritroso, con la memoria di uomo maturo, la stagione dei suoi innamoramenti, le sue passate vicende d’amore, i gesti e i patemi dell’amore, che è anche esplorazione, allenamento, maturazione che si trasforma in conforto nel dare una identità alle donne conosciute, ammirate, con cui si è accompagnato, una vita di incontri e di avventure dove cercare di acchiappare la parola amore, per poterla trattenere, poterla riferire, in un periodo laborioso e promettente del dopo guerra, tempi di impegno e di speranza, di lavoro e di fame dove finalmente anche “i lavoratori ingrassavano un po’ e le madri del popolo il giovedì potevano finalmente friggere cotolette e metterci anche sopra la maionese”, storie di amori e di desideri che lui, oggi, sussurra volentieri alla sua sposa che gli chiede di raccontarle qualche “fatterello” per farla contenta, in una specie di accudimento prima che la sposa si addormenti, rimboccandole le coperte, sistemandole il cuscino, accarezzandole il respiro e scacciando dal suo sonno leggero e spensierato i sogni cattivi, poi nel prepararle la colazione e nell’affettarle con cura il pane, nel raccoglierle tre giuggiole nel cestino per la sua delizia, nell’atto più voluttuoso e intrigante che uno sposo possa compiere per appagare una sposa cioè quello di cucinarle il suo piatto preferito, lo stoccafisso accomodato alla genovese, tagliato in quattro tranci, bagnato, macerato e insaporito in un tegame di ghisa con acciughe e patate perché amarsi significa nutrire, sostenere, avvolgere in un turbinio fecondo che ritempra, che prende gusto, diventa dono e garanzia di un legame intimo e riconoscente, sedersi alla tavola bandita e calda da sembrare un focolare eternamente acceso, immergersi in questo privilegio del desinare che è amore squisito, gocciolante, senza trappole, un amore che diventa sollievo, arte domestica, che non si può dire, perché è facile da dire, quanto somiglia a dire pane o acqua, forse per questo lui viene chiamato lo sposo e non semplicemente marito, perché sposarsi non equivale a contrarre matrimonio, non si tratta soltanto di una pratica amministrativa, di un impegno burocratico, per i latini sposare viene da "spondere" cioè promettere, una promessa di vivere e godere insieme, presenziare nell’altro, abbandonarsi dentro un legame misterioso e sacrale, in un intreccio di sguardi silenziosi e seducenti, per quanto l'amore non si sa davvero quante volte è iniziato, quante volte è comparso e quanto frettolosamente è stato dimenticato, abbandonato, tramortito, sprecato, che fatica l’amore di questi tempi! orfano del nostro candore, vittima della nostra impudicizia, della nostra scriteriata ed insaziabile frenesia, quando l’amore invece è emblema di sazietà, un meraviglioso gorgoglio dell’anima, una sorgente d’acqua limpida, un prato di violacee dove sedersi e ascoltare il ritmo pungente ed intrepido del proprio cuore, questo aveva capito lo sposo, perché l’amore è soprattutto raccontarsi, gratificarsi e sprofondare negli sconfinati e gioiosi abissi di una reciprica riconoscenza, del resto che amore è se non ti mette allegria, se non ti mette energia, nulla sfugge all’amore dello sposo e nulla gli pesa mentre racconta un fatterello alla sposa, mentre le prepara lo stoccafisso o mentre le racconta l'affannosa sua ricerca di quell'intramontabile miraggio, incommensurabile piacere che si svela nelle cose più semplici più genuine e può dare significato ai momenti più intricati e imbarazzanti, proprio quando meno te l’aspetti, l’amore riaffiora e gongola in mezzo ai capelli ondulati, le mani tremanti, lo scricchiolio delle membra pudiche e appassionate, le occhiate supplichevoli dentro la magia di una musica avvolgente rapita da un carillon, un misterioso canto uscito da uno spartito di note leggendarie in cui lo sposo e la sposa “si fanno figli l’uno dell’altra, e padri e madri, e vicendevolmente si accudiscono, si educano e si crescono”, un amore senza resistenza in cui il provvisorio diventa immortale, senza fine, da leggere in un fiato, senza mai arrendersi. come un racconto come questo, quasi senza punteggiatura……

