Si esce dal cinema un po’ demoralizzati dopo aver visto la proiezione del film “Sono tornato” diretto da Luca Miniero; i titoli di coda scorrono lenti mentre il Duce viene ripreso impettito e sorridente ....
in orbace su una macchina d’epoca con la capote rialzata e il braccio alzato in segno di trionfante saluto verso i cittadini dell’urbe di oggi che in verità sembrano smarriti e rassegnati, qualche viso sorpreso e amareggiato da tanta spudoratezza, ma a parte qualche sberleffo ironico contro il redivivo Mussolini non si nota alcuna reazione scomposta, nessun accenno di aggressione verbale.
Ci hanno provato prima i tedeschi a riadattare e portare sullo schermo il testo dello scrittore Timur Vermes “Lui è tornato” che descrive la fantomatica riapparizione di Hitler nella Germania di oggi. La pellicola a dire il vero suscitò un mare di polemiche e prese di posizioni nettamente contrarie verso la figura del fuhrer da tempo definitivamente rimosso dal popolo tedesco, senza molti ripensamenti, avendolo inquadrato storicamente come creatura malefica ed oltretutto estranea allo spirito teutonico.
E’ possibile che la percezione simbolica del legame tra Benito Mussolini (interpretato in modo magistrale da Massimo Popolizio) con la gente italica sia stato trattato con particolare condiscendenza, che i suoi chiarori e i suoi impulsi magnetici persistano comunque nel tempo rendendo il rapporto tra il dittatore e il suo popolo quasi mistico, ripresentandosi sempre in modo morboso, invariabilmente spavaldo e sognante, irrazionale e profondo, beffardo e concupiscente.
La reazione delle persone intervistate, soprattutto quelle riprese in candid camera, non si è rivelata poi tanto ostile e perentoria. Forse non si poteva prevedere una reazione molto diversa, ma sarebbe insensato rovesciare la responsabilità di questo atteggiamento così indulgente sugli autori del film che invece, anche per non sembrare troppo di parte, hanno cercato persino di ammorbidire certe esibizioni ostentate di benevolenza, certa gestualità persino imbarazzante o veri e propri aneliti rivolti al Duce con seguito di accorata preghiera a far subito ritorno. Comunque minime le reazioni scomposte e irritate se non la tremenda intemerata della vecchia zia afflitta da halzheimer che (per mettere le cose al posto giusto) alla vista del Duce riacquista un lampo di lucidità rinfacciandogli le atroci violenze subite dalla sua famiglia perseguitata e annientata dalle leggi razziali.
E’ possibile inoltre, come hanno scritto alcuni critici, che il film abbia indugiato troppo sulla banalizzazione di un fascismo bonaccione e caciottaro, rivelandosi forse un’opera di marcato revisionismo soft e acritico; tuttavia la finalità del film non era certo quella di riflettere ed analizzare l’epopea fascista (per la comprensione del fenomeno basterebbe rivedere le due insuperabili pellicole di Novecento di Bertolucci oppure il più recente Una giornata particolare di Ettore Scola) ma piuttosto quella di descrivere, decrittare, senza eccessivi fronzoli, la reazione della gente all’apparire di Mussolini, la sua presa mediatica e il livello di diffusione delle idee e dei valori tramandati dal fascismo nell’attuale realtà sociale e politica, a distanza di settant’anni dalla sua scomparsa.
L’argomento trattato risulta molto scivoloso e complesso soprattutto perché il film esce in prossimità delle elezioni politiche e con il manifestarsi di alcuni episodi significativamente accostabili al sistema valoriale e a quel coacervo di sentimenti originari del regime, come l’imperturbabile sollecitazione a salvaguardare la razza bianca da parte di un candidato milanese o la sordida violenza partorita nel Maceratese dalla mente di un uomo che, armi in pugno, rivendica il personale diritto a compiere una spedizione punitiva contro gente inerme, in nome della sempre fascinosa ed esaltante idea di difendere ad ogni costo la purezza e l’integrità dell’ identità nazionale.
In mezzo a questo triste pantano, in una Piazza Vittorio gremita di bambini extracomunitari che giocano divertiti a pallone prorompe in un sussulto magmatico il corpo virulento di Benito Mussolini, proprio dietro la porta magica che per secoli, attraverso le sue iscrizioni, ha riproposto temi e suggestioni legati alla rappresentazione visionaria del regno dei morti. Il regista, verosimilmente, ha voluto buttare il Duce nella mischia, non una macchietta, una burla, una scimmiottatura, ma un Duce decisamente vero, altero e immaginifico con la stessa mascella, la stessa postura, lo stesso incedere, lo stesso linguaggio sprezzante e puntiglioso, astuto e opportunista. Forse si è trattato di un azzardo voler mettere a confronto il ricordo di un uomo colpevole di aver condotto l’Italia dentro l’immane catastrofe della guerra e della distruzione con l’indifferenza e la degenerazione dell’attuale classe politica incapace di infondere un plausibile processo di risanamento morale, prima che politico. Nello specifico l’azzardo tende sempre più a scomparire mentre potrebbe facilmente trasformarsi in un pericoloso avvertimento.

