2017

Sabato 15/04/2017
Partenza dall’aeroporto di Brindisi di prima mattina. Viaggiamo con la Ukraine Airlines per Teheran con scalo a Kiev dove ci incontriamo con una giovane coppia proveniente da Bruxelles per proseguire insieme. L’aeroporto IKA Iman Khomeini è nuovo ed è abbastanza piccolo almeno per gli standard europei.

Tutto sommato stiamo parlando di una città molto vasta e popolata da quasi 15 milioni di abitanti. Visto dal finestrino dell’aereo sembra davvero immensa tanto da farmi venire in  mente Nuova Delhi anche questa una megalopoli tipica del nuovo mondo che si sviluppa soprattutto in orizzontale visto i grandi spazi a disposizione e le poche risorse per investire in grattacieli. Le procedure del passaporto non sono poi tanto lunghe.  E’ l’una di notte e fuori tira un arietta soffice e pungente. Si va subito alla  ricerca di una scheda locale per il cellulare e si cambiano i primi euro in rial. Un euro vale circa 40.000 rial. Trovo un taxi comodo per le nostre valigie. Verso le due entriamo in città. Come sempre accade il primo impatto è abbastanza neutro, il primo sguardo sulla città è rilassato e fiducioso, siamo troppo stanchi per comprendere e assaporare l’incognita persiana.  Bussiamo all’Hotel prenotato da mesi ed inizia il calvario di questi alberghi sempre al completo che aggiornano ogni istante le prenotazioni, senza certezze sino all’ultimo momento mentre stai salendo le scale, sempre indecisi sul da farsi, un rituale che ci accompagnerà sino alla fine del viaggio. La prenotazione infatti non risulta e noi però abbiamo il primo riscontro della cordialità e della simpatia degli iraniani che si riflettono nel volto placido e paziente del taxista che invece di farci scaricare le valigie e scappare a casa dalla moglie ci accompagna quasi in gita alla ricerca di un posto dove dormire. Telefonate che si susseguono, panico che traspare, stanchezza e vuoto nelle ginocchia. Ma per fortuna acchiappiamo un hotel che ci accoglie. Hafez hotel che porta il nome del più celebre poeta dell’Iran un po’ mistico e un po’ romantico. Sembra che molti iraniani soprattutto di Shiraz dove egli nacque conservano in casa un libro con le poesie d’amore di Hafez per sfogliarlo ogni tanto e per trovare proverbi o modi di dire in cui rifugiarsi. Due stanze con bagno: il nostro sogno, il nostro destino. Le camere sono serie, rigorose, piatte senza fronzoli. Nei bagni degli Hotel, anche quelli moderni, in Iran non si usa il bidet ma hanno una doccia che bagna tutto il vano e bisogna fare uso di sandali di cui sono forniti per lavarsi, asciugarsi  e poi mettersi le pantofole per uscire. La prima nanna persiana con sogno persiano. Sonno irreparabile, d’altra parte sono le quattro del mattino.

Domenica 16/04/2017
La visita di Teheran non può che iniziare con il maestoso e cromatico Palazzo Golestan. Nel suo insieme sembra più una cittadella senza mura di cinta perché non doveva avere uno scopo difensivo ma l’ambizione sfrenata di stupire i visitatori e dignitari per fargli tremare il polso alla sola occhiata oltre ad allietare le giornate della dinastia che ci risiedeva; per cui tutto risulta magnifico ad iniziare dal trono di marmo bianco che ti accoglie nell’enorme terrazza coperta che si spinge sopra il giardino. La terrazza e il giardino sono due preziosi elementi che ritroveremo spesso nello stile architettonico dell’Iran, così come i divani di legno su cui sdraiarsi. Infatti più che un trono sembra davvero uno splendido divano di luccicante alabastro dove far accomodare non solo lo scià ma anche le sue innumerevoli mogli e figli. Stiamo parlando del 1800 quando in Iran regnavano i Qagiari forse la dinastia regale più altezzosa e odiata per gli eccessi e la superbia poco confacenti con l’indole docile del popolo persiano. Bellissima la sala degli specchi con il trono dove avvenivano le incoronazioni (mentre il vero Trono del Pavone lo troveremo nel Museo dei Gioielli tutto tempestato di smeraldi e zeffiri) e il parco di stile persiano misto di alberi enormi come il cedro e il platano mischiati con aiuole di fiori circondato da vasche di acqua senza le siepi dei giardini italiani. Nei padiglioni troviamo una collezione di dipinti che ritraggono la vita quotidiana come la caccia o il gioco di backammon, ma è la facciata decorata del Palazzo che è sorprendente nei suoi disegni a tinte pastello contenenti forme geometriche intervallate da fiori e piante rigogliose. Si notano infine 4 badgir o torri del vento di cui parleremo poi. La visita al Palazzo come primo impatto con questo paese è davvero straordinario e lascia senza fiato. Il tempo di tornare in Hotel, prendere le valigie e andare in Aeroporto dei voli nazionali per andare a Kerman cioè nel sud dell’Iran. L’aereo parte quasi puntuale alle 18.30 e arriva all’aeroporto all’imbrunire. La differenza tra la metropoli e la cittadina di provincia si percepisce subito. Non troviamo un taxi adeguato alle nostre valigie per cui gli autisti riuniti decidono di metterci a disposizione due taxi. Da notare che i due taxisti si dividono il prezzo del viaggio pattuito all’inizio.  Si tirano le marce dentro il traffico cittadino.
La guesthouse è fuori mano. Ci accoglie Jalal e aiutante con un apprezzabile caraffa di tè che per la prima volta vedo mischiare con l’acqua in quanto il sapore è troppo forte. Si mangia così té e biscotti per cena. Le camere prenotate diventano un unico androne con finestra sul cortile e materassi buttati per terra. La delusione è palpabile per quanto ormai ci si adatta a tutto. Il buon Jalal esperto bazaro la sa lunga e ci promette che la sistemazione improvvisata è solo per stasera mentre da domani ci da un’altra stanza, ma senza bagno. Del resto noi siamo dei grandi viaggiatori per cui stanotte....…si dorme per terra.  Da bambino dormivo sull’aia sopra la paglia del grano appena ventolato con la pala di legno. Almeno qui stiamo al chiuso. Per una notte farò a meno della abat jour per leggere. Buona notte.

Lunedì 17/04/2017
La macchina prenotata per e-mail sempre tramite Jalal ci serve per fare il viaggio di ritorno verso Teheran. La macchina è iraniana tipo Samand con motore Pegeout  ma è stato necessario eliminare il bombolone del gas nel portabagagli che qui utilizzano tutti nonostante la benzina costi 0,25 cent.. Inoltre per precauzione facciamo mettere il portapacchi che potrebbe esserci utile per le valigie; la macchina ci costa 60 euro al giorno compreso quello che serve al proprietario per venirsela a prendere da Teheran e riportarsela indietro. Paghiamo tutto compreso il costo del volo interno (280 euro) anticipato da Jalal con un atto di estrema fiducia e gusto del rischio. A me sembra un biscazziere ma non si può negare che senza di lui non staremmo qui a Kerman ( e non lo dico per piaggeria verso il mio giovane amico che stravede per lui). Per oggi ci riserviamo una visita della città col Bazar molto antico all’interno del quale si trova un Hammam che però troviamo chiuso e un caravanserraglio recentemente ristrutturato dove all’ingresso si nota agganciata ad una parete una grande stadera usata qualche secolo fa per la pesa delle merci. Passiamo la mattinata dentro il bazar e troviamo un vecchio Hammam riconvertito in sala tè e ristorante come ne troveremo spesso in tutte le città iraniane. Deve essere uno dei pochi ristoranti della città perché sembra gremito tra sala da tè e retrostante ristorante, si chiama Hamam-e Vakil Chaykhaneh.  Mangiamo  per la prima volta il dizi che è una specie di stufato in brodo servito in una pentola di coccio (da cui il nome) dove ci sono ceci o lenticchie, patate, pomodori e carne di agnello. Si versa in una scodella il brodo dopo aver spezzettato un po’ di pane dentro, poi con un pestello di metallo si schiaccia tutto quello che rimane nel coccio e la si raccoglie con un cucchiaio. Questo procedimento ce lo farà vedere nei particolari un ristoratore di Isfahan ma stasera non sapevamo da dove iniziare e siamo andati un po’ a tentativi. Passiamo nell’altra sala per accomodarci sul divano chiamato taknt e sorseggiare un tè ascoltando il duo “los piantos anticos” che suonano litanie persiane con tamburello e santur (antico strumento precursore del piano che si suona con due bacchette).  La visita di Kerman prosegue con il giro infinito di negozi soprattutto di spezie e frutta secca. Visitiamo un mausoleo intitolato ad un famoso scià che era anche un mistico sufi la cui foto sembra ritrarre la figura di Cristo con la barba. Il mausoleo è diroccato e privo di sostegni. Finiamo la giornata in un bel posto (una cosa simile ai nostri pub chiamato Keykhosro) seduti sul taknt a bere delle fantastiche spremute di anguria e mango. Un tipico locale con cortile interno e vasca di acqua e intorno divani e tavoli per sorseggiare tè succhi ed anche mangiare.    Per oggi è proprio tutto, torniamo a piedi in Hotel.

Martedì 18/04/2017
Abbiamo la macchina. Ci infiliamo timidamente nel traffico cittadino per uscirne subito dopo illesi sulla strada per  Rayen che si trova a ca. 100 Km da Kerman verso Sud dove ci dirigiamo per vedere l’Arg di Rayen un antica cittadella costruita 1.000 anni fa con mattoni di fango e paglia essiccati. A prima vista sembra una Pompei dissotterrata che lascia trasparire il brulicare di gente indaffarata per le viuzze e le casupole del tempo. Qui c’era un Governatore con la sua famigliola allargata servito e riverito da una folla di schiavi e ben protetto da mura altissime e torri di avvistamento che spaziavano fin sopra le vette delle montagne perennemente imbiancate di neve. Come residenza non doveva essere male mentre le opere di restauro con questi intonaci puliti e levigati iniziate qualche decennio fa non rendono giustizia del gusto e arcaico tono architettonico del tempo passato. Usciamo dalla Cittadella soddisfatti e ci regaliamo un pranzo a base di riso e pollo e addirittura un caffè buonissimo preso in un locale gestito da un omino serioso sulle cui mensole teneva una collezione di caffettiere tipiche italiane. Di locali specializzati per il caffè ne troveremo spesso in giro per l’Iran.  Ripartiamo per Mahan dove visitiamo un bel mausoleo dedicato ad uno scià anche lui derviscio e mistico con una splendida cupola di maioliche turchese e diversi locali di pregio divisi da porte di origine indiana lavorati con intarsi di disegni floreali con colori dalle diverse tonalità; le porte sono così pregiate che due sono state recentemente scardinate e rubate.  Purtroppo in queste condizioni lesinare sugli scatti fotografici è quasi impossibile. Proprio all’imbrunire ci rechiamo ai giardini Bagh-e Shahzde in pieno deserto dove si trova questa antica residenza di principi qagiari impreziosita da cascate e rigagnoli circondati da lembi di fiori di stagioni in particolare viola a ciocca profumatissime. Aspettiamo il buio per vedere il riflesso delle luci sui padiglioni illuminati e negli zampilli dell’acqua, mangiamo un gelato alla vaniglia come quelli che si mangiano all’Ikea, seduti sul divano poi filiamo per Kerman.  Andiamo a mangiare nello stesso posto dove abbiamo preso il té il giorno precedente. Giornata faticosa riusciamo a portare la macchina a casa senza ammaccature: come prima gita fuori porta è andata alla grande.

Mercoledì 19/04/2017
Si prevede un giorno faticoso di trasferimento Kerman-Shiraz alla lettera sembrano 600 Km ma ne faremo molti di più.  Le strade in Iran sono molto buone soprattutto quelle che collegano le città più importanti. Sono tutte superstrade con due o tre corsie per parte. Ci sono limiti di velocità che vanno rispettati anche perché il controllo della velocità è capillare. Sulle strade a lunga percorrenza non si può passare il limite di 110 km orari. La vera scoperta di oggi sono i giardini di albero di fichi che sono vere e proprie coltivazioni di un tipo di fico piccolo su alberi potati in forma larga, quasi a cespuglio, e senza tronco unico. Troviamo distese di fichi nelle valli che portano a Shiraz. Ci fermiamo a Neyriz per mangiare ma l’ora è proibitiva per trovare un posto adatto. Alla fine troviamo un semi-ristorante che ci prepara le solite cose disponibili cioè riso in abbondanza un po’ di carne e una zuppa di lenticchie. Il ristoratore è un bel tipo che ci  porta con la sua macchina a cercare un locale per il caffè che però risulta chiuso allora si offre di farlo lui alla buona, un nescaffè al latte, meglio di niente. Uscendo dal paese ci accorgiamo che la strada principale è interrotta per cui bisogna tornare indietro e proseguire per una strada in mezzo alle montagne sino a Estehban dove ci sono delle belle cascatelle di acqua molto rinfrescanti, un’oasi molto piacevole piena di frutta, fichi secchi e mandorle. Cittadina davvero magnifica in una valle floridissima. La strada nelle vicinanze è scorrevole con tratti pianeggianti di verde intenso e scalate di montagne dove si incrociano camion a non finire. Si arriva alle soglie di Shiraz verso sera il tempo di fermarsi al lago salato Maharlu dove facciamo qualche foto e raccogliamo un po’ di sale da portare a casa ( a casa si porta di tutto!).  Entriamo a Shiraz che è buio ed è la solita corsa sfrenata di macchine che si incrociano e si sfiorano all’impazzata. Riusciamo a trovare il nostro Hotel dopo varie peripezie ma senza l’aiuto di google map sarebbe stato impossibile. L’hotel è discreto e si sviluppa su vari edifici. Le nostre camere si raggiungono attraverso una viuzza tipica delle kasbah orientali. Anche qui problemi di stanza. Ci danno uno stanzone bicamera con ben 8 letti ed un bagno. Le stanze affacciano sul cortile dove si pranza e si prende il tè. Almeno c’è molto spazio sia per noi sia per le valigie. Stasera c’è la partita di Champion Barcellona-Juve che riesco a vedermi sulla terrazza dell’hotel. Per la cronaca finisce 0 a 0 e siamo in semifinale. Si va tutti a nanna, la giornata è stata davvero faticosa. Domani ci aspetta Shiraz.

Giovedì 20/04/201           
Shiraz è una città che riscuote molto interesse per il suo passato glorioso e pieno di fascino. Città di poeti e di usignoli dice la guida ed anche di vino, ma purtroppo gli usignoli in mezzo a tutte queste macchine non si sentono proprio e soprattutto di vino non s’è assaggiato un goccio.  Ci dirigiamo senza indugio nel cuore della città cioè alla Cittadella o Arg di Karim Khan della dinastia Zand che governò intorno al 1700 e voleva trasformare la città in un grosso centro di commerci e di arte da fare concorrenza alla vicina Isfahan. La cittadella è un complesso di edifici e giardini circondato da mura possenti costruita su pietra di argilla molto simile come colore al nostro carparo. Quattro torri ai lati, tipo aragonese ma decorati e intarsiati.  Una torre è sconocchiata perché sotto ci passava l’acqua per l’Hammam, piccolo ma pregevole, per i sollazzi privati dello scià che credo per pignoleria eccentrica si faceva chiamare solo Vakil cioè reggente. Dentro ci accoglie un giardino di aranci stupendo e profumato con vasca di acqua centrale.   Un altro Hammam pubblico si trova nei paraggi dove ci sono alcune sale interne con la riproduzione in scala di personaggi che mimano alcune attività che si svolgevano al suo interno come il venditore di tappeti, il cavadenti, il barbiere…  Questi Hammam erano costruiti come vere e proprie opere d’arte con stucchi pregiati, colonne intarsiate e piccole vasche accoglienti, non si veniva qui solo per farsi il bagno.  Suggestiva una madrassa fondata dall’iman Gholi Khan nel 1600 ancora in uso con un bel giardino all’interno ma con le stanze degli studenti in ristrutturazione. Passeggiando per il Bazar ci siamo intrufolati in un locale semi nascosto apertosi quasi per incanto uno spazio coperto da teli di cotone dove fuori dal caos del bazar è possibile sedersi per bere un tè, chiacchierare e fumare il narghilè. Ci sono giovani donne in disparte dagli uomini che fumano tranquillamente.  Nel tardo pomeriggio siamo andati al Giardino degli Aranci dove si trova un padiglione fatto costruire da un ricco mercante dell’800 che serviva per ricevere i suoi ospiti e concludere i suoi affari. Il padiglione è pieno di stucchi e dipinti su pareti e soffitti. Pieno di specchi e decorazioni c’è anche una specie di mostra di dipinti che raffigurano scene di vita domestica del tempo. Il giardino è davvero pretenzioso di fiori di stagione tipo viole a ciocche o mammole e vasche d’acqua. Una visita riposante di pace e di tranquillità.  Ad un certo punto è entrata una scolaresca di fanciulle tutte avvolte nel tradizionale chador nero che si sono sparpagliate e hanno iniziato a farsi foto e selfie con pose ridenti e disinvolte. Le donne sono parte in causa del graduale rinnovamento dei costumi in Iran. Ultima ripassata al bazar e poi dritti in hotel.     

Venerdì 21/04/2017    
Oggi è la giornata di Persepoli. Ma intanto si fa colazione con i soliti ingredienti: Yogurt, marmellata di carote, tè, caffè, uova sode, cetrioli e pomodori a pezzetti; pane tipo focaccia senza lievito (proibito dal Corano) cotto come le nostre pizze appiccicate ai lati dei forni a legno, lo chiamano sangak che si significa appunto pietra o ciottolo. Si esce facile da Shiraz e dopo soli 50 Km si incontra Persepoli. Qualche chilometro c’è Naqsh-e Rostam dove ci sono le tombe dei grandi re incastonate nella parete di una roccia. Persepoli ci appare incredibilmente maestosa con le sue rovine che ancora brulicano di antico splendore. Lo storico Erotodo nelle sue Storie ricostruisce la formazione dell’Impero Persiano però non cita mai Persepoli. Suonerebbe strano tenuto conto che lo storico è vissuto proprio in quel periodo di massimo splendore all’incirca tra il 500 e 400 A.C.  Forse l’ipotesi più convincente è che gli Achemenidi erano affascinati e rapiti da questo sito rigoglioso di acque (c’erano due fiumi) e di riferimenti mitici e sacri come la montagna su cui fecero costruire la loro terrazza che era chiamata della misericordia. Con l’incremento delle dimensioni dell’Impero si resero conto che Persepoli si trovava molto distante dal suo centro perché le conquiste erano orientate sempre più verso Occidente, verso la Ionia, verso la Grecia. Erotodo cita sempre Susha come capitale nelle sue Storie, infatti Susha si trova a 1.000 Km da Persepoli risalendo verso il confine con l’Iraq. Da Susha i grandi re persiani governavano l’Impero, radunavano le immense truppe confederate, partivano per la guerra, organizzavano le scorrerie, facevano vita di corte ed era per così dire più semplice il tragitto verso il mar egeo dove c’era la seconda base militare chiamata Syrdis, ex capitale dei Medi incorporata a pieno titolo nell’Impero Persiano. Doveva trattarsi di una strada strategica e vitale perché congiungeva le due città lunga quasi 2.500 Km. Era appunto la strada imperiale. Per questa strada si mossero le truppe per invadere la Grecia. Era un po’ come la via Appia solo molto più lunga. I Persiani non temevano un attacco proveniente da Est per cui se le loro forze erano concentrate sulla direttrice Susha-Syrdis potevano stare tranquilli che nessun esercito straniero era in grado di arrivare sino a Persepoli dove tenevano il loro tesoro e si recavano nella bella stagione, cioè all’inizio dell’anno per festeggiare il  loro Capodanno,  chiamato Norouz, che cadeva il 21 marzo,  trattenendosi sino all’inizio del caldo afoso quando se ne tornavano a Susha per dare battaglia e pensare alla gestione del potere. Possiamo dire che Persepoli era il buen retiro dei Persiani era il loro circo massimo. C’era il venditore di gelati, mangiafuoco, i bambini con gli aquiloni…….., come si vede il sole picchia forte sul sito sono le due passate e dobbiamo proseguire per Yazd ma anche rifocillarci e fermarci un poco al fresco. Siamo fortunati perché allo svincolo per Isfahan troviamo un piccolo ristorante con tavoli e taknt ed una signora che pareva ci stesse proprio aspettando;  il nome del locale era in inglese ma non lo ricordo. Locale pulito con bagni puliti, sembrava la Lettonia senza cessi alla turca. La signora ci taglia un anguria e ce la serve poi cuoce due sfilatini di Kebab di pollo e un po’ di riso ed anche una ciotola di erbe spezzettate e profumate che aggiusto spalmandoci sopra un vasetto di yogurt. Tutto teneramente misero ma tutto buono e saporito. D’altra parte se avessimo ordinato spaghetti alla carbonara ci saremmo appesantiti.   La parte finale del tragitto è stata molto faticosa perché abbiamo attraversato le montagne Zagros che dividono in due l’Iran in un continuo sali e scendi accompagnati dal caldo del pomeriggio e dal ronzio dei camion che sputavano fuoco. Yazd è una cittadina più tranquilla di Shiraz troviamo l’hotel quasi subito Il Fazeli Hotel che ci sembra davvero buono e accogliente. Mangiamo al ristorante dell’hotel e a nanna subito.

Sabato 22/04/2017      
La giornata inizia bene: Edreams mi annuncia che il volo di ritorno Teheran-Roma è stato cancellato dalla Ukraine Airlines. L’attrazione migliore di Yazd è la sua città vecchia, una delle città più vecchie dell’Iran rimaste intatte ed anche un po’ tenuta su da piccole ristrutturazioni, e non solo per i suoi vicoli, i suoi cortili interni coperti dalle alta mura dei fabbricati le cui pareti sono da secoli tirate su con fango essiccato, paglia e a volte anche melma. Dentro non ci passano macchine per questo notiamo una quantità impressionante di motociclette in verità un pò troppo rumoreggianti rispetto alla pace e alla dignità del luogo. Il Bazar invece è modesto ed i suoi commercianti aprono la mattina molto tardi.  D’atra parte gli iraniani preferiscono uscire di casa verso sera per i propri affari e per le spese o anche per respirare un po’ di aria fresca.   La moschea è piazzata alla fine di un bel viale alberato e tiene ai lati due minareti altissimi quasi 50 m. ben decorati con piastrelle di un blu molto intenso che alla luce dei riflettori notturni risplendono verso il cielo scurissimo. Ai fianchi in alto della facciata del cortile noto due disegni che ritraggono una specie di svastica chiamata gardoneh mehr che nella simbologia di Zarathusta significava l’infinito, l’eternità…..   Il giro per i vicoli della città vecchia è molto interessante e rilassante, si incontrano tunnel e scalinate che portano a cisterne d’acqua alimentate da condotte idriche dette qanat che sono veri e propri acquedotti sotterranei scavate come un tunnel che partendo da un pozzo scavato in pieno deserto percorre migliaia di chilometri e fornisce acqua alle città. Per secoli l’acqua è stata trasportata in questo modo ed è una struttura che ancora esiste ed ha la sua manutenzione. La struttura è molto simile all’acquedotto romano solo che sono cunicoli d’acqua sotterranei.  L’altra particolarità che vediamo è la presenza di torri rettangolari ai lati delle case segnate da ampie fessure verticali come fossero dei grandi comignoli in cui far passare il fumo. Invece questi Badgir – torri del vento- fanno il contrario,  invece di rilasciare fumo all’esterno catturano vento e lo rilasciano all’interno, ed anche se fosse un lieve venticello che si alza la sera dal deserto viene preso e incanalato dentro queste fessure per farlo circolare nei labirinti delle case e fin sotto i magazzini per rinfrescare per quanto possibile gli ambienti interni.  A volte l’aria catturata viene fatta passare su vasche di acqua fredda in questo modo l’aria si raffredda dal caldo accumulato in estate mentre espelle l’aria calda attraverso condutture create ad hoc. Ci sono centinaia di Badgir che svettano su Yazd come se fosse un sistema altamente funzionale di aria condizionata.  Ci fermiamo a comprare qualche souvenir in una piccola bottega artigianale compresi gli eterni attacchini da frigo. Nel frattempo si cerca di fare preventivi per l’acquisto di un tappetto che sarà il tormentone del viaggio prima e dopo averlo comprarlo. Ma per comprare il tappetto è necessario che il venditore disponga di macchinette per poter pagare con carta di credito visto il suo costo e vista la penuria di contanti. La fortuna ha voluto che il proprietario dell’Hotel aveva affianco un negozio fornitissimo di tappeti ed era agganciato al circuito Visa e Mastercard.  Infatti la seconda sera prima di lasciare il Fazeli e trasferirci in un hotel affianco abbiamo chiesto di poter saldare le due notti con carte di credito per risparmiare il contante. Tanto per chiarire la transazione è stata possibile contabilmente perché il tizio aveva il conto ufficiale e autorizzato a Dubai  in dollari per cui per lui era come se avesse venduto la merce a Dubai e avesse ricevuto il pagamento a Yazd. Una triangolazione che ci è costata il 10% di commissione. Poi non mi venite a parlare della banche italiane.  Nel frattempo la ricerca contestuale del tappeto aveva dato qualche frutto ma si era rimasti indecisi sull’acquisto. Non essendo un esperto di tappetti e un amante della compravendita mi sono limitato a fare qualche scatto e a sperare in una rapida e, per quanto possibile, indolore conclusione della trattativa. Intanto si fa tardi e il locale di ristoro consigliato dalla Lonely dopo un’ interminabile camminata lo troviamo chiuso.  Riusciamo a sistemarci in un ristorante all’interno di un mega hotel chiamato Malek ormai completamente vuoto dove ci fanno la squisita cortesia di farci mangiare qualcosa. Il locale è un enorme cortile interno dell’Hotel coperto da una mega tenda, come quelle di un circo.   Si fa in tempo a mangiare e pagare che si spengono le luci e buonanotte.


Domenica 23/04/2017   
Di prima mattina ci spostiamo nell’hotel Thermeh. Le camere non sono ancora pronte e dobbiamo lasciare le valigie nel locale stireria. Qui non tocca niente nessuno. Prendiamo la macchina e facciamo un salto nel deserto. Si va a Faharaj un piccolo e discreto villaggio sulla via carovaniera dove siamo sorpresi da una affascinante città vecchia con tanto di moschea del ‘700 senza smalti e maioliche ma con pareti ancora compatte. Il minareto è conico e si presenta perfetto simile ad un faro alle porte del deserto impiegato non tanto per raccogliere in preghiera i fedeli ma per orientare le carovane dei mercanti nella foschia notturna del deserto. Un po’ come il faro di Alessandria per i naviganti. Nell’area urbana erano ben conservati una cisterna e un piccolo bazar circondato da ruderi e macerie di muri di fango. Tracce di fatica umana. C’era molto da fare in villaggi come questi, villaggi pacifici e laboriosi. File di carovane con cammelli carichi di merce da scaricare, gente da far mangiare, da far dormire, e poi la sveglia di mattina presto per ricaricare le merci e ripartire; sembra di udire gli echi degli zoccoli risuonare tra i vicoli mentre il sole mattutino si riflette tra le mura colorandole di rosa. Di seguito iI caravanserraglio di Zin-e-Din  lo troviamo come un isola in mezzo al deserto nella vasta pianura ai piedi di una catena bassa di montagne rocciose. Le carovane dovevano sbucare dall’orizzonte su tracciati antichissimi in mezzo alle alture e si fermavano qui anche di notte per riposare, srotolarsi il turbante prendere un tè, dormire e poi proseguire il mattino dopo. La via della seta per quanto romantica sarà stata pure una vitaccia. L’interno del caravanserraglio è rimasto intatto e d’altra parte chi lo poteva toccare nel corso degli anni in un posto così isolato e al riparo di terremoti in mezzo alla pianura? Si presenta come un ottagono con un cortilone in mezzo. Ai lati camere e lunghi corridoi per riposare ed una grande area di ristoro e di cucina dove ci sediamo per sorseggiare un graditissimo tè caldo mentre il gestore ci porta un po’ di pane con marmellata visto che fanno da mangiare solo su prenotazione. L’edificio è usato ormai come resort per turisti che si fanno accompagnare in minibus da Kerman per dormire una notte andare sul tetto vedere il tramonto e poi ripartire. Anche questa è una vitaccia, per così dire.             
Arriva la telefonata dal gestore del locale dei tappeti che ci dice che la sera prima nel pagare l’hotel con la carta di credito aveva erroneamente strisciato più volte il costo delle due notti  per una somma totale di 2.300,00 euro e che quindi dovevamo ripassare da li per stornare l’importo oppure potevamo utilizzare quella cifra, se volevamo, come anticipo per l’acquisto del tappeto.  Era forse un invito inderogabile all’acquisto del tappeto. L’unica era mandare in avanscoperta le due donne che avrebbero ottenuto maggiore indulgenza nella trattazione del prezzo mentre io e il mio giovane amico ci siamo fermati a fare una partita a biliardo con le palle numerate. Dopo neanche mezz’ora la trattativa è stata conclusa ad un prezzo giudicato congruo. Un prezzo secondo il giudizio ormai consolidato da noi tutti ritenuto giusto e conveniente,  senz’altro inferiore a quello che avremmo trovato a Isfahan.  Così siamo andati a festeggiare e addolcire l’emozione dell’acquisto su una terrazza di fronte alla moschea del Venerdì con i due minareti svettanti e illuminati. Mangiamo come solito un po’ di carne, riso allo zafferano, legumi e insalata.     Si finisce con un giro intorno alla piazzetta con le ultime foto ai minareti. Soddisfatti e rimborsati.

Lunedì 24/04/2017
Le valigie riusciamo a insaccarle nel bagagliaio nonostante si siano un po’ gonfiate di souvenir a Yazd. Ora si parte per Isfahan la città della cultura e dell’arte potremmo dire la Firenze dell’Iran. Ma mentre usciamo la città ci viene il prurito di fare una visita al Chak Chak un eremo arroccato tra le rocce in mezzo ad una vasta area desertica corollata di montagne con le cime seghettate. L’insegna che vediamo è chiara ma la strada che ci tocca fare è tutta sterrata e non si arriva mai. Ci viene un po’ di panico all’idea di non trovare un anima viva in mezzo a queste montagne nonostante la nostra guida su Google Map ci dice che il percorso era esatto. Dopo circa un’ora di tracciato polveroso finalmente intravediamo il tempio del fuoco risalente al culto zoroastriano inchiodato in una parete di roccia. Si racconta che la figlia di un grande re si era rifugiata in questo sito inaccessibile per sfuggire ai conquistatori arabi e che il dio Ahura Mazda l’abbia salvata facendola inghiottire dalle montagne. Dove si è verificato il miracolo c’è una specie di santuario a forma di grotta (sembra che non esista miracolo senza grotta) con un tripode dove si accende il fuoco nei giorni delle celebrazioni secondo la religione di Zaratustra che era molto diffuso in tutta l’Iran. In tutte le citazioni votive presenti sulle pareti di Persepoli c’erano riferimenti specifici a questo Dio. Persino il capodanno persiano, il Nowroz,  è stato ereditato dai tempi di Zarathustra. Questa religione era fissata sulla purezza, i morti venivano portati in torri circolari in pieno deserto e venivano spolpati dagli avvoltoi poi le ossa così purificate venivano avvolte in un ossario e seppelliti; ora i seguaci del culto sigillano i morti in tombe di cemento per evitare che la loro impurezza contamini il creato. Sono simboli di purezza l’acqua e il fuoco che era l’unica fonte di luce visibile che bisognava tenere sempre accesa…”che il fuoco acceso davanti  a noi proietta un’ombra alle nostre spalle, così procediamo verso la luce abbandonando le tenebre..” Ancora molti zoroastriani vengono in pellegrinaggio a Chak Chak (il nome allude semplicemente al rumore delle gocce d’acqua che filtra dalla cavità della roccia come se fosse il pianto della principessa). Siamo arrivati all’eremo dalla parte sbagliata ma in fondo abbiamo assistito ad un paesaggio di rocce e vallate affascinanti anche nella loro crudezza, però ora dopo la sudata delle scale che abbiamo dovuto fare ce ne torniamo dalla strada asfaltata che ci porta sulla via di Isfahan.  Sulla strada ci fermiamo a Na’in dove si può ammirare una moschea molto vecchia con minareto simile a quella di Farhaj costruito con argilla e fango. Dentro l’edificio c’è un tizio che vende cartoline e foto d’epoca che appena sollecitato si mette a raccontare la storia dell’Islam partendo da Salomone, mi sembra eccessivo,  ma questi iraniani la sanno proprio lunga. Buono il caffè che prendiamo in uno di questi nuovi localini che stanno aprendo in tutta l’Iran. Iniziano magari d averne le scatole piene del tè? Entriamo a Isfahan come solito all’imbrunire e in mezzo al traffico straripante e strombazzante. E sempre come solito l’albergatore ci annuncia che la prima notte dobbiamo arrangiarci in una stanza singola con quattro letti e un bagno. Andrebbe anche bene se la stanza non fosse così piccola che a malapena entriamo noi con le valigie chiuse. Solo dopo molta insistenza il manager a telefono capisce che è ora di sganciare un’altra stanza anche se con un piccolo sovrapprezzo. A volte incazzarsi serve perché anche le formiche, diceva quello, a volte si incazzano perché allora non dovremmo farlo noi? Così ci troviamo due stanze con due letti ciascuno! Vista l’ora tarda si va a mangiare in un locale a lato dell’Hotel dove si scende una scala e ci si trova in una stanza con due tkhnt e un tavolo con un omino piccolo che ci espone la mercanzia. E’ valsa la pena mangiare in questo buco se non altro perché il cuoco ci ha fatto vedere come si mangia il Dizi cioè lo stufato di agnello cotto nel recipiente di cotto e pestato con un arnese di acciaio. Dopo cena ci si ferma fuori l’hotel dove si crea un capannello di ragazzi in vena di fare quattro chiacchiere e scambiare opinioni ed esperienze. I giovani parlano,  noi sorridiamo. In questi posti ci si addormenta malvolentieri parlando parlando.

Martedì 25/04/2017
Se Yazd è stata la città riservata e dal sapore antico, Isfahan è la città luminosa e sfrontata. Te ne accorgi dai volti delle persone che sono più arrembanti e spregiudicati. La modernità li ha rapiti completamente e si fanno forza dello straordinario passato consolidatosi ai tempi della dinastia del safavide Abbas il grande intorno al 1600 che ha riempito la città di fantastici monumenti. Per la prima volta da quando visitiamo l’Iran troviamo un fiume, e come sempre accade nelle città attraversate da un fiume, sia essa Roma o Budapest, c’è sempre un di qua e un di là che non si assomigliano ma si attraggono e si completano. Insomma Isfahan si presenta subito bella e attraente, pronta e attrezzata, piena di alberi e piazze spropositate, edifici e giardini da mozzare il fiato. Certo il traffico anche qui rischia di soffocarla, ma se insisti riesci sempre a trovare qualche isola di pace o qualche cortile interno dove ritemprare lo spirito. Iniziamo dalla moschea Masjed-e-Jameh che dona alla città la sintesi della sua bellezza artistica e della sua maestosità. Una moschea imponente che non finisce mai, costruita e distrutta a più riprese sin dai tempi del culto di Zarathustra e che ha mantenuto pur senza stucchi e intarsi decorativi la sua splendida imponenza. Una delle due cupole sembra essere molto più grande di quella di San Pietro e come diametro somiglia a Santa Sofia di Istanbul, ci sono due grandi sale di preghiera mantenute da un ginepraio di colonne austere e compatte e dentro il cortile si affacciano quattro iwan che si guardano l’un l’altro ed è un insieme magnifico di cupole e pareti di piastrelle colorate con disegni floreali e ricami geometrici. Un vero gioiello di architettura e di storia. Subito dopo inizia un Bazar che sembra un luogo indefinito da perdersi dentro,  mentre ci a poco a poco ci si avvicina alla seconda piazza più vasta del mondo dopo quella di Tienanmen, cioè  Naqsh-e Jahan Square (modello del mondo) una piazza spettacolare  perché su tre lati ci sono altrettanti monumenti esemplari in fatto di gusto, rigore religioso e senso artistico. Nell’ordine abbiamo visitato prima l’enorme Moschea  Masjed-e Shah che si trova di fronte alla porta di ingresso della piazza, poi di fianco c’è un piccolo gioiello di architettura che è la moschea Lotfollah fatta costruire ad uso esclusivo delle donne, senza cortile e minareto, ma con una cupola meravigliosa dai disegni concentrici color crema che non smetti mai di fotografare perché ti pare di non riuscire mai a cogliere appieno l’essenza della sua bellezza. Di fronte, dall’altra parte della piazza, c’è l’edifico Alì Qapu con la sua meravigliosa terrazza tenuta su da colonne di legno intarsiate con in mezzo una piccola piscina con il fondo di rame inchiodato al pavimento. Tutto all’interno dell’edificio è ricolmo di rifiniture ed abili invenzioni architettoniche ad iniziare dalle scale pavimentate da mattonelle colorate di giallo e di blu. Naturalmente vista mozzafiato sulla piazza e selfie a dirotto. Sembra troppo in così poco tempo ma è veramente tutto molto bello e impressionante. Vale il biglietto comunque (parlo del biglietto aereo s’intende!). E tutto questo neanche basta, perché il bello è la rappresentazione di una piazza gremita da famiglie, da bambini vocianti, da una fila di carrozzelle con cavalli  addobbati e muniti di squillanti campanelli che ti fanno fare il giro della piazza, e poi giochi, musica, pattini, corse e pic nic sul prato. Vabbè si va mangiare dietro l’angolo nel solito posto tranquillo di un vecchio Hammam poi si torna in hotel attraversando di nuovo il Bazar alla ricerca del nostro piatto da collezione.

Mercoledì 26/04/2017
Secondo giorno a Isfahan. Si passeggia sempre in direzione centro per vedere un altro paio di edifici con giardino poi prendiamo il taxi e attraversiamo il fiume Zayandeh per andare nel quartiere armeno dove c’è la Chiesa di San Giuseppe Arimatea. Si dirà cosa c’entra la Chiesa dedicata ad un santo del cristianesimo in pieno Islam. San Giuseppe è raccontato dai Vangeli come un ricco e riconosciuto mercante che va a reclamare le spoglie di Cristo da Pilato; è lui che finanzia la rimozione dalla croce e le esequie, compra gli unguenti e il lenzuolo di lino dove avvolgere la salma del Redentore mettendo a disposizione anche il sepolcro. Insomma questi armeni furono accolti sempre dal grande Abbas I perché erano dei bravi artigiani che servivano per la costruzione di Isfahan ed essendo perseguitati lui gli accolse e gli ospitò. Il senso dell’accoglienza è ancora ritmato nello spirito degli iraniani. E la cosa stupefacente è che da allora cioè dal 1600 gli armeni sono convissuti con l’islam senza sentirne il peso. L’interno della Chiesa è ornato da grandi dipinti che raccontano la vita di Gesù sino alla crocefissione. Migliaia di iraniani si arrampicano su questa parte di città per comprendere la storia di questa religione e si appassionano come si appassionano migliaia di rimbambiti di diverse età mentre si fanno il selfie rivolti di spalle al miracolo di Lazzaro. Arriviamo nella Chiesa in piena celebrazione dell’anniversario del genocidio inflitto dai Turchi ai danni di quasi due milioni di armeni nel 1916. Ma questa è un’altra storia. Scendiamo verso il fiume dopo aver comprato qualche foulard in tempo per goderci lo spettacolo dei ponti illuminati appena dopo il tramonto. La riva è piena di famiglie che sorseggiano il tè e sgranocchiano frutta secca. Una moltitudine di gente così che si sollazza vicendevolmente e si gode il fresco in allegria, in pieno regime e senza un poliziotto intorno non si poteva credere. Quando le luci del ponte si accendono e le decine di archi si colorano di un giallo ocra brillante ci percuote una piacevole sensazione di calma e tranquillità mentre lo attraversiamo in mezzo al frastuono di una folla davvero dirompente e gioiosa. Sembra il ponte vecchio di Firenze ma molo più lungo.  Dispiace immergerci nuovamente nel traffico infernale dell’ora di punta ma dobbiamo tornare in centro. Prendiamo il taxi. Arriviamo nella piazza per gli ultimi sguardi, il “trio lescano” scende in un sotterraneo dove vendono tappeti ancora per confrontare i prezzi ed essere certi che è stato fatto un affare a Yazd, poi ci inoltriamo alla ricerca di un posto di ristoro, prima di tornare in hotel stanchi e soddisfatti di questa città.

Giovedì 27/04/2017
Partenza per Kashan,  siamo in avvicinamento di Teheran. Le valigie con una buona spinta riusciamo a farle entrare nel cofano. Sinora non abbiamo mai utilizzato il portapacchi.  Ci sono un paio di fermate prima di arrivare a Kashan. La prima è Natanz un piccolo villaggio abbarbicato sul dorsale di una montagna dove c’è una moschea del 1300 che però è chiusa per lavori di restauro ma la cui facciata e il minareto sono decorati con piastrelle scolpite con motivi calligrafici in bianco molto ruvide e anticate. Solo un paio di scatti per proseguire verso il villaggio di Abyaneh arroccato ai piedi di una montagna, quasi invisibile costruita con mattoni di fango colorati di rosso ruggine. Ci sarà nei dintorni qualche miniera di rame. Sembra essersi fermato il tempo in questi luoghi vissuti più di 1.000 anni fa.  Si passeggia per i suoi vicoli tortuosi con le case diroccate e i grandi balconi tenuti da tronchi di cedri marciti e traballanti infilati nelle pareti delle case, le scalinate di pietre malmesse e rosicate dal tempo. Il villaggio è costruito in una scarpata con le case addossate l’un l’altra quasi per proteggersi meglio dalle intemperie che quassù dovrebbero esser tremende d’inverno. Un piccolo ruscello è il vero motivo della nascita di questo villaggio, scorga acqua per tutta la vallata e scende placido disegnando ampie curve di verde pallido che resiste all’arsura circostante. Un posto dove vivere, un posto dove nascondersi ed essere lasciati in pace. Paesetti che odorano di stantio ed ora sembrano presepi viventi come certi paesi dell’alto Jonio dove si rifugiavano i primi albanesi. Ora è una meta turistica tanto che il parcheggio sterrato che accoglie gli autobus dei visitatori e le molte autovetture in vacanza non sembra in grado di contenerli tutti. Mangiamo due pannocchie arrostite da venditori improvvisati e scappiamo via perché si è fatto tardi, come sempre. Sulla via del ritorno centinaia di altri turisti e villeggianti salgono e ci chiediamo dove troveranno lo spazio sufficiente per parcheggiare.
Scendiamo a valle fino all’incrocio per Kashan. Restano 55 Km. di strada fatta di dossi ma leggera e piacevole che attraversa un deserto collinare pieno di colori cangianti dal giallo all’arancione per ridiventare poi verde scuro seguendo l’ombra del sole che tende a scomparire oltre le montagne. Non ci sono macchine che probabilmente preferiscono prendere l’autostrada che porta a Teheran. Ma qui il paesaggio è senz’altro più interessante. Si arriva a Kashan prima del tramonto. Bisogna dire che Kashan sin dalle prime prenotazioni dell’Hotel ha sempre rappresentato un problema perché pur essendo una destinazione tra le più affascinanti dell’Iran resta una città di passaggio per cui le offerte alberghiere sono realmente scarse. Sinora l’unica certezza è una stanza con due letti a castello ma ci sembra davvero insoddisfacente per la nostra pur disinvolta capacità di adattamento. Sulla via di avvicinamento si fanno ulteriori tentativi a telefono per trovare un alloggio più adeguato, ma senza esito. Per cui non ci resta che inserire la posizione dell’hotel  con i letti a castello su google map e raggiungerlo. Nel momento di scendere però ci guardiamo in faccia perplessi e decidiamo di fare un giro di perlustrazione nel tentativo di trovare qualche altro Hotel, così gira che ti rigira chiediamo ad un taxista che ci indica un hotel nelle vicinanze. Siamo fortunati perché troviamo libere due stanze doppie comunicanti con bagno.  Hotel Sayyah. Ci rinfreschiamo, prendiamo un taxi e andiamo a vedere una casa tradizionale residenza di un vecchio mercante di tappeti. Casa si fa per dire naturalmente perché l’edificio si presenta monumentale e intrigante suddiviso in quattro mega cortili con vasche d’acqua e qualche presenza di verde ogni settore circoscrive una zona della casa quello destinato alla cucina, agli affari, al riposo, al gioco con camere finemente decorate e stucchi, disegni, specchi presenza di nicchie, corridoi come labirinti, rientranze e scalini. Non credo che le mega ville dei ricconi moderni possano reggere il confronto con la ricchezza e lo stile di queste dimore costruite certo per fare colpo con  l’ostentazione di sfarzo e comodità ma allo stesso tempo pensate con una dignitoso e austero ricorso alla bellezza artistica. Ci rifugiamo in un’altra casa tradizionale per proteggerci dalla pioggia. Anche in questa residenza di un altro magnate del tempo che commerciava in vetro si può trovare un sistema di raffreddamento del vano magazzino in cui l’aria veicolata attraverso i famosi Badgir viene immessa nei cunicoli sotterranei. In realtà sostare in questi luoghi raffreddati dall’aria proveniente da fuori è un vero refrigerio. Lo scambio termico tra l’aria che entra e quella che esce è straordinario e funzionante.   Finisce di piovere e noi ci immergiamo in un Hamman davvero favoloso; un bagno termale antichissimo del 1600 la cui particolarità oltre a conservare intatta la bellezza e la soavità riposante della struttura offre per chi lo voglia un terrazzo con la vista sulla città con i suoi minareti e i suoi badgir.  Finalmente smette di piovere. E’ ora di andare a vedere il tanto decantato Bazar che esiste da quasi 1.000 anni e ha conservato dei tratti molto antichi. La varietà delle merci non cambia molto ma il luogo è magnifico pieno di cupole e angoli straordinari. Le porte delle vecchie abitazioni di Kashan come di altri luoghi in Iran erano dotate  di due batacchi: uno tondo e massiccio e l’altro lungo e affilato, Il suono che producevano era molto diverso così il padrone di casa sapeva se a suonare era una mano di donna o di uomo per decidere chi dovesse andare ad aprire rispettando le regole che vietavano alle donne di essere viste.  Infine troviamo un caravanserraglio con una cupola di antica armonia, svettante e decorata. Un luogo magico a guardarla bene ed immaginare cosa poteva succedere qui neanche 100 anni fa tra bazari, venditori di spezie e oggetti di rame, cammelli, grida e canti e soprattutto odori di stufati, frutta secca, spremute all’acqua di rose che a Kashan si trova in quantità industriale. Sopra al caravanserraglio si trova una deliziosa sala da tè dove ci rifugiamo. Da lì sopra c’è una vetrata che da direttamente sulla via principale del Bazar. La cosa straordinaria dell’oriente è quella di trovare posti molto affollati e rumorosi ma appena giri l’angolo o sali una scaletta ti puoi rifugiare in un angolo silenzioso e tranquillo dove nascondersi e rifiatare. Beviamo un succo in un contenitore di vetro colorato a forma di melograno. Non si poteva fare a meno di comprarne qualcuno come souvenir. Bisogna far posto in valigia.

Venerdì 28/04/2017
Lasciamo l’Hotel per andare a vedere il Bagh-e Fin giardino rigoglioso dedicato da qualche principino allo scià Abbas I che rappresenta l’archetipo del giardino persiano con padiglione centrale fornito di piscina ed altri edifici circostanti dediti alla rappresentanza e allo svago; vasche e canaletti color smeraldo che sgorgano acqua a zampilli dividono prati con fiori di stagione i mezzo a castani e cedri secolari ed altissimi.  La profusione di acqua in posti come questi non è un mistero perché i Persiani tenevano tanto alla rappresentazione floreale dei loro giardini che incanalavano una intera sorgente per l’ innaffiatura e i giochi d’acqua; se poi intorno c’era penuria di acqua pazienza. I cedri soprattutto erano molto utilizzati per travi di sostegno delle abitazioni in tutta l’Iran. Il giardino Persiano era progettato per simboleggiare il Paradiso suddiviso in quattro parti che rappresentavano i quattro elementi zoroastriani: cielo, terra, acqua e flora.  Questo giardino è sempre affollato da famiglie e studenti in gita di piacere o di studio. Abbiamo centrato anche il periodo della fioritura delle rose, roselline persiane bianche e arancio. Beviamo il caffè sotto un albero di gelso poi scappiamo per Teheran. La visita del santuario di Qom dedicato all’Iman Khoemeni salta perché è tardi e perché in ogni caso non ci avrebbero fatto entrare in quanto non musulmani. Arriviamo al nostro ultimo Hotel Golestan verso le 14.00 dopo un lungo e difficile attraversamento della città al punto che siamo costretti a chiedere ad un automobilista di passaggio di accompagnarci con la sua macchina. In quale posto al mondo sarebbe potuto accadere? Comunque arriviamo in Hotel dove stavano aspettando il proprietario della macchina ed un suo accompagnatore con le stampelle per riportarsi la macchina a Kerman. Mentre scendevamo le valigie e prendevamo possesso delle camere, per questa e ultima volta comode e abbastanza accoglienti, la macchina non si mette in moto probabilmente perché l’impianto di raffreddamento aveva smesso di  funzionare. Purtroppo oggi è Venerdì per cui tutti i negozi di autoaccessori sono chiusi per poter comprare una cinghia di raffreddamento. L’aiuto di un meccanico chiamato all’uopo non è servito. Mi pare che sistemata alla meglio la cinghia di trasmissione la macchina (nel frattempo raffreddatasi) mette in moto e riparte per Kerman. Noi nel frattempo avevamo mangiato solo un hamburger a testa fatto pervenire in  Hotel da un locale fast food manco se fosse Los Angeles. Questo imprevisto della macchina non ci voleva perché ci ha scombussolati non poco, ma intanto avevamo percorso 2.500 Km precisi e la macchina ne aveva sul groppone più di 150.000 Km per cui era evidente che le cinghie dovevano essere cambiate prima ed è molto probabile che alla fine della storia dovevamo ammettere che ci era andata molto bene perché se la macchina ci avesse lasciato in mezzo al deserto sarebbero stati dolori.  Ma come si dice….
Alle 18.00 usciamo dall’Hotel per farci una passeggiata distensiva per Teheran città particolarmente caotica gonfia di macchine e motorini che corrono all’impazzata. Prima di partire per l’Iran eravamo indecisi se fittare una macchina senza autista per paura del traffico e del modo di guidare in Iran; sono stato convinto dalla telefonata  con il Consolato iraniano il cui funzionario mi disse: guardi non si preoccupi in Iran si guida più o meno come in Italia o in certe parti del Sud. Allora mi sono ricordato di quello che diceva Flaiano: gli italiani non guidano, gareggiano! Gli iraniani guidano così come fossero bambini nelle macchinine del luna park. Ci indicano un posto dove sorseggiare un frullato al mango e all’anguria che risultano sempre ottimi perché naturali. La ricerca di un posto per mangiare si fa difficile perché è festa e non si ha tanta voglia di allontanarsi dal centro. Invece troviamo un posto molto carino con delle scale che portano in un giardino dove ci sono diversi posti a sedere con ragazzi che sorseggiano qualche bevanda e fumano i narghilè. Noi invece vogliamo proprio mangiare così con un piccolo sforzo ci portano il solito kebab di pollo e un po’ di verdure,  yogurt e riso. Ci ritiriamo a casa a piedi, domani è l’ultimo girono in Iran.

Sabato 29/04/2017
Teheran è una megalopoli di 15 milioni di abitanti che continua inesorabilmente a crescere. E’ un processo di inurbamento infinito. Copre tutti i suoi spazi con rumori e strepitii, conserverà sicuramente qualche gemma pregiata nascosta da scoprire con pazienza, come il palazzo Golestan o qualche altro Giardino Persiano ma l’idea di trovarsi in un inferno di metallo ferroso galoppante non si allontana quasi mai dalla mente e questo nonostante la cortesia e la gentilezza dei sui abitanti. Ci infiliamo subito nel Bazar che non è granché antico ricoperto di lamiere, fili penduli e altoparlanti per il richiamo alla preghiera, niente a che vedere con l’atmosfera inebriante del Bazar di kashan e Kerman. Mangiamo in un pregevole ristorante nelle vicinanze anch’esso ricavato da un solenne Hammam una specie di zuppa di melanzane e qualche squisita verdura sinora mai trovata. Appena finito scappiamo al Museo dei Gioielli che si trova nel caveau della Banca Centrale dell’Iran. File interminabili e controlli d’obbligo per questa visita davvero spettacolare; si lascia tutto al deposito si entra senza uno spillo addosso. D’altra parte cosa vuoi fotografare? Quello che è esposto si trova facilmente su Internet e ai visitatori resta la straordinaria esperienza di vedere dal vivo il prodotto stupefacente di secoli di splendide collane, bracciali, orecchini, corone appartenute a sultani a gran visir khan  e persino un mappamondo tempestato da smeraldi, zeffiri, una infinità di perle e diamanti e naturalmente tanto oro. Niente a che vedere persino con il Tesoro del TopKapi dove pure non si scherzava. Qui sembra che i gioielli si buttano. E adesso è l’ora del metrò. Dal punto di vista architettonico non è granché sembra che gli attuali iraniani abbiano perso la vena artistica dei loro avi e tendono a costruire le loro strutture solo con acciaio e plastica. Le stazioni del metrò che abbiamo toccato non erano granché artistiche e raffinate, ma assolutamente anonime come si possono trovare nelle periferie massificate dell’Occidente. Funzionali questo sì, controllate, puntuali frequentata da migliaia di passeggeri specie nell’ora di punta che entrano nelle vetture stipati come sardine. Resiste ancora la rigida norma delle vetture dedicate alle sole donne che è indicata sul marciapiede dei binari ma ci accorgiamo che sono usanze che via via si stanno superando perché vediamo diverse coppie nelle nostre vetture. Inoltre la folla oceanica che invade il metrò nelle ore serali è sempre attenta a cogliere ogni minimo tremolio di gente straniera non per imbarazzarla ma per attaccare bottone, per ridere e discutere insieme raccontarsi le esperienze conoscere le nostre idee e li vedi contenti di vederci nel loro paese perché questo significa che in qualche modo li stimiamo e li apprezziamo. Non fanno proprio nulla per farsi disprezzare. Arriviamo alla Torre di Azadi o della libertà, un monumento che si para davanti ai nostri occhi in una vasta area pedonale circondata da un parco dove si svolgono le manifestazioni di popolo sia celebrative sia di protesta che sembra contenerlo in centinaia di migliaia. La torre fatta costruire nel 1971 è una Y rovesciata nella forma di un grande iwan stilizzato con una struttura di cemento alta 50 metri. L’area per la sua grandezza riesce solo a stento a contenere il chiasso infernale delle macchine che circolano intorno, forse bisognerebbe alzare un muro di 5 metri per riservare questo spazio ad un maggiore silenzio rilassante e pacificatore; d’altra parte di muri perimetrali gli antichi persiani erano maestri. Mi viene in mente che la dimensione e lo scopo per cui è tante volte è stata utilizzata,  questa piazza può essere  paragonata alla mitica spianata di piazza Josè Martì di Havana; l’invito allo scatto di foto e di selfie è micidiale per gli iraniani che ormai hanno preso questa abitudine tanto che all’estremità del parco ci hanno fatto una statua di marmo nero dove un ridente personaggio con baffi se ne sta scattando uno di spalla alla torre. Un invito perentorio alla stupidità, secondo i canoni occidentali, che però dimostrano la cristallina semplicità di questo popolo.
Ci accorgiamo che inizia piovere. Inoltre tira un po’ di vento per cui scendiamo nuovamente in metrò e andiamo verso la zona universitaria alla ricerca di qualche posto dove rifocillarci e ripararci dalla pioggia; il locale che troviamo sembra molto occidentale pieno di giovani che ascoltano musica e fumano sigarette: una parte di spicciola modernità che avanza. Non ho citato i bagni dei locali che sono stati sempre molto puliti con acqua e sapone e carta per asciugarsi le mani. Per un viaggiatore sono note positive altroché.   L’ultima cena in Iran è necessario poterla gustare in un locale alla moda con la speranza di mangiare qualche pietanza insolita. In realtà mentre attraversiamo la strada in modo rocambolesco per il vento e il traffico sempre più impazzito si ferma una macchina privata in forma di taxi che ci porta in un ristorante molto elegante pieno di giovani; peccato per il leggero vento che si è alzato perché sarebbe stato magnifico cenare fuori. In ogni caso mangiamo per la prima volta un paio di bistecche di vitello ben cotte accompagnate da verdure e ammennicoli vari. Ci andrebbe su una buona birretta ma il pensiero che questa sarà l’ultima serata di astemia dopo 15 giorni di acqua e coca cola mi viene da sorridere. Andiamo a fumare fuori. Decidiamo di sfidare una coppia di iraniani a calcio balilla e così ci tocca fare i supplementari: perdono la partita e la rivincita. Mi sembra senza esagerare. Tiriamo dritti verso l’hotel mentre l’aria si è addolcita. Prepariamo le valigie e le portiamo nella reception in attesa dell’ultimo taxi che ci porterà all’aeroporto. Questa volta è necessario caricare almeno tre valigie sul portapacchi che il conducente blocca con una cordicella. All’una e mezza di notte la città sembra finalmente semivuota e si viaggia che è una meraviglia. Le strade extracittadine sono davvero all’altezza con tre corsie per parte e molto illuminate.  Arriviamo dopo 45 minuti all’aeroporto internazionale Iman Khoemini, controllo bagagli, check in e via per il volo di ritorno. Il viaggio è davvero finito, ci sarà una coda all’aeroporto di Fiumicino per via di un volo cancellato e non comunicatoci, ma ormai fa niente. Neanche queste quisquiglie italiche possono imbarazzare un viaggio bellissimo e coinvolgente.

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La lettura supera la vista

Gli scrittori arabi dicevano che un libro è il migliore e più sicuro amico, collega ciò che è lontano a ciò che è vicino, il passato al presente: il lettore si ferma di continuo in quel che legge con un'attenzione permanente; mentre chi si accontenta di guardare, anche a lungo, non si arresta a nulla. Ecco perchè "la lettura supera la vista" dicevano gli arabi.
(Pietro Citati)

 
 
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Carmelo Zaccaria

Il libro scritto da Carmelo Zaccaria "Il Potere del web - la Potenza delle fiabe" è stato ripubblicato in una nuova edizione dalla Casa editrice "Il Convivio" 

 

  

In questo libro analizzo e metto a confronto modelli di comportamento e reazioni emotive che animano il bambino nella costruzione della sua personalità, a seconda che siano influenzati dal web o dalle fiabe.

Tra il mondo virtuale dei Bit ed il mondo magico delle fiabe non sembra esserci spazio di condivisione o di compromesso. Oggi certamente la comunità digitale sembra esprimere un approccio mentale più evoluto e innovativo, rispetto ad una concezione ritenuta retrograda delle fiabe, se non fosse che sta delegando le potenzialità dell’intelletto umano ad una macchina. Ed inoltre ritengo che certi valori come l’umiltà, il coraggio, la semplicità, la generosità, l’altruismo, che sono preziosi punti di riferimento del mondo fiabesco, dovrebbero essere maggiormente riconsiderati dal punto di vista pedagogico.

Ce ne sarebbe un gran bisogno, considerate l’inquietudine e la deriva sociale di cui sono vittime gli adolescenti di oggi. Mettere d’accordo il mondo digitale con il mondo delle fiabe, farli convivere, trovando i modi e i tempi giusti di influenzare positivamente, ognuno per la sua parte, lo sviluppo psicologico del bambino, anche se può apparire arduo, è tuttavia uno sforzo supremo che va tentato.

 

 

 

Il racconto di dieci anni di storia

Si intitola “Il tempo migliore – divagazioni sul presente irresistibile e artificioso” il volume di Carmelo Zaccaria uscito per i tipi della Scorpione Editrice. Si tratta di una raccolta di articoli che l’autore ha scritto sugli eventi che hanno segnato l’ultimo decennio.