Ma cosa vuole dire esattamente quando si afferma che le donne musulmane indossando il burkini violano lo spirito della civiltà Occidentale e i suoi riferimenti identitari? Vorrà forse dire che misuriamo il nostro grado di civiltà e quindi le nostre convinzioni e i nostri valori, compreso anche il nostro livello di tolleranza, da come gli altri si adeguano e si assoggettano ai nostri usi e costumi? Questo è il presupposto della nostra liberalità?
Se è per questo ogni qualvolta l’Occidente si è preoccupato dell’affrancamento e del progresso dei popoli ha finito quasi sempre per depredarli; la nostra generosità si è manifestata varie volte, e con notevole spiegamento di forze, nel domare ai nostri principi intere tribù ed etnie, sfruttando inesorabilmente le loro risorse, lasciandoli in custodia i nostri batteri; ad iniziare dalle persecuzioni attuate dal mondo cristiano con le Crociate, siamo stati poco benevoli con gli Incas, con gli Atzechi, e con gli indiani d’America, sempre con l’unico scopo di educare, liberare, emancipare.
Riesce comunque difficile ammettere che questa discussione balneare sul burkini sia esplosa nella patria simbolo dell’eguaglianza e della libertà, (certamente incattivita dagli attentati jihadisti di Parigi e Nizza) con toni di incredibile diffidenza verso costumi e tradizioni secolari che andrebbero rispettati anziché combattuti ed oltraggiati; può darsi che il nostro grado di civiltà fosse piuttosto acerbo in epoca coloniale quando in Algeria come in Libia invece di preoccuparci “in loco” del riscatto delle donne arabe, queste siano rimaste malgrado tutto sottomettesse ed irretite con il loro vestiario e i loro veli.
Nessuno dubita che l’emancipazione delle donne sia un segno inequivocabile e distintivo dell’Occidente, ma per esercitare queste libertà è stato necessario un percorso fatto di tempo, sacrifici, consapevolezza e dure lotte: neanche qualche decennio fa le nonne del nostro Meridione non sarebbero mai uscite di casa senza coprirsi il capo. Questo significa solo che non è possibile disciplinare ed imporre i cambiamenti e che a volte occorrono intere generazioni per renderli agibili, mentre l’Occidente è diventato frettoloso, impaziente ed anche un po’ ipocrita. Difficile che abbandoni l’arcaico ricorso alle punte aguzze delle baionette invece di sforzarsi di risolvere i conflitti attraverso un dialogo ed un coinvolgimento pur faticoso e lungimirante (che poi è l’arma più virtuosa del potere); come scriveva J.Luis Borges.. “pensare, analizzare, inventare, non sono atti anomali, sono il respiro naturale dell’intelligenza”.
C’è poi un legame, una sorta di sottile congiunzione, tra gli attentati terroristici jihadisti e gli anatemi per l’uso del burkini sulle spiagge francesi che segnala due concezioni del mondo che si attraggono e si respingono, ma che da secoli sono condannate a contaminarsi. E questo mentre si abbassa l’età dei giovani martiri sanguinari appagati dal loro anonimato, usciti dai loro nascondigli incrostati di terribili sogni macabri. Massimo Recalcati li definisce “orfani e non eredi di un mondo per loro ingombrante e sdegnoso”. Sono i figli del nuovo scontento, della nuova barbarie, di un mondo che li è stato destinato solo per concludere le loro atrocità, regolare i loro conti dissennati, un mondo triste dove non c’è scampo e dove tutto sembra perduto.
Sono giovani il più delle volte nati e cresciuti nel nostro Occidente che non è riuscito a trattenerli, ad integrarli e darli una prospettiva, che hanno progressivamente perduto il desiderio di appartenenza verso una comunità che li respinge, riconsegnati alla gloria dello Stato Islamico che sarà difficile sconfiggere sino a quando rimarranno e cresceranno intere generazioni di giovani irrequieti e senza futuro.
Queste spaventose vicende di violenza e di terrore miseramente contornate da richiami spirituali ed evocazioni religiose, più crudeli e sconvolgenti nella routine mediatica, da una parte ci fa imprecare contro un mondo sempre più pericoloso e pieno di insidie, dall’altra non ci arrischiamo di mettere a repentaglio le nostre certezze, di cui dovremmo invece rammaricarci se sono confinanti con questo inferno, almeno dall’invasione in Iraq in poi. Prima di placare la nostra rabbia e il nostro disappunto nei confronti dell’innocuo burkini sarebbe opportuno esaltare il nostro spirito della civiltà su temi cruciali dell’integrazione e del rispetto verso l’Islam. Questo significherebbe non rassegnarci, cambiare passo, tutelare il nostro stile di vita, mettendo al centro i veri valori dell’Occidente.

