Esiste forse da sempre il bisogno dell’uomo di ritagliarsi una religiosità più facile da maneggiare, direi più familiare, diretta, nel senso che vada dritta al cuore, in grado di riproporre in forme essenziali e comprensibili il piacere infantile provato nel dialogare con il mondo magico del trascendente, per potersi rivolgere con naturale schiettezza, e senza il timore di essere fulminati, a un Dio conciliante e facilitatore di sollievo; e magari rinunciando a tutti quei rituali complicati, tipo le giaculatorie e le litanie, o anche le auliche e “summe” dottrine da mandare a memoria sin dai tempi del catechismo, che invece di condurre per mano nel tormentato percorso della vita terrena a volte ci paralizzano ancora di più, sentendole come distanti o astruse. D’altra parte se ne fossimo davvero convinti non sentiremmo la necessità di andarle a ripassare ogni quarto d’ora della nostra esistenza, temendo prediche e anatemi, angosciati dal loro minaccioso e incontrollabile fardello.
Di questo rapporto millenario con la religione e soprattutto con il mondo cattolico se ne occupa Dario Fo nell’ultimo suo libro intitolato appunto “Dario e Dio”, ed. Guanda, scritto con la giornalista Giuseppina Manin raccogliendo in un testo alquanto godibile, profondo nelle riflessioni e nei riferimenti biblici, e mai irriguardoso, le riflessioni personalissime della sua relazione a dir poco problematica con la divinità, a partire dalla prima edizione di Mistero Buffo, denunciando in particolare le distorsioni della Chiesa, le sue brutalità, i suoi inconfessabili (si fa per dire) abusi perpetuati contro gli spiriti liberi del tempo, l’ignominiosa sudditanza delle donne, l’elasticità nell’onorare i comandamenti, l’insensata fabbrica dei santi, alcuni dei quali davvero irricevibili, ma soprattutto il pervicace autoritarismo con cui reclama di gestire a suo piacimento le sorti e le vicissitudini della vita umana (..”perché sarebbe un guaio per i chierici se la gestione, per esempio, della sessualità e della sofferenza fossero di competenza dell’interessato!”).
Sarebbe tutto più gradevole, insomma, avere a che fare con un Dio amico che, anch’egli senza pretese, sia in grado finalmente di utilizzare il suo talento e il suo genio non per rimproverarci e rabbonirci in perpetuo, ma per farci crescere nello spirito, da pari a pari, liberandoci dall’incertezza e trasmettendo fiducia per non farci sentire meno soli, meno piccoli, senza angustiarci con i suoi richiami, per i suoi diktat, anche illudendo con le sue rappresentazioni e i suoi miracoli e via ossessionando sull’inevitabile incombenza del martirio e del sacrificio salvifico.I non credenti, i laici curiosi o anche i fedeli inconsapevoli (come diceva Croce: non possiamo, alla fine, non dirci cristiani?) avrebbero bisogno di un regalo come questo: appassionarsi ad un nuovo e prepotente spiritualismo, un nuovo avventuroso e affascinante legame con il divino che, con parole più accessibili, aiuti ad emanciparsi dai rischi tremendi del capriccioso andazzo della modernità in cui stiamo lentamente affogando, forse nella ricerca spasmodica di un appagamento superfluo, temporaneo, e molto truffaldino nella sua essenza, imprigionati e assorti in un vortice di fragilità e disillusione.
Pur con queste riserve e queste storture Dario Fo si dichiara pudicamente un laico incantato dal sacro. Un laico maturo e consapevole, perennemente affascinato dallo straordinario scenario che le piccole e grandi invenzioni dell’universo offre, tra tramonti sublimi e stelle perforanti di luce, tra sinfonie di astri trionfanti e sguardi misteriosi che catturano ogni giorno la bellezza della natura, ponendosi il dubbio esistenziale di chi sia potuto essere quel matto che ha progettato e messo in scena, anche nelle minutaglie, questo grande spettacolo.
Si è alla ricerca di una religiosità agreste, calda e medicamentosa, auspicata e sapientemente divulgata l’anno scorso nell’enciclica “Laudato Si” di papa Francesco in cui reclama esplicitamente l’avvento di una conversione ecologica da parte dell’umanità, tale da ricondurre su binari più naturali il rapporto con la divinità che non serva solo a consolare nei momenti di sconforto, ma sorprenda di continuo, in un morbido ed idilliaco abbraccio con la terra da cui tutto è partito e da cui inesorabilmente ci si sta allontanando.
Papa Bergoglio nella sua enciclica si sofferma diffusamente sulla testimonianza di San Francesco riprendendo il tema di una ecologia integrale, vissuta con gioia e autenticità. ”… E’ il santo patrono amato anche da molti che non sono cristiani. Egli manifestò un’attenzione particolare verso i più poveri e abbandonati. Amava ed era amato per la sua gioia, la sua dedizione generosa, il suo cuore universale… In lui si riscontra fino a che punto sono inseparabili la preoccupazione per la natura, la giustizia verso i poveri, l’impegno nella società e la pace interiore..”
Questi sono stati e resteranno per sempre i punti chiave che dovrebbero segnare un rapporto leale e autentico con Dio: recuperare l’universale armonia con il creato; ed è per il fervore e la semplicità con cui sono indicati questi temi che questo Papa suscita giustificati entusiasmi e grandissime aspettative. Un papa che viene dalla fine del mondo ha scritto Dario Fo e che trasforma con sfrontata audacia il complesso architettonico di regole sentite desuete e superate, in concreti esempi da seguire, in nuove strade da percorrere, in nuovi modelli di comunicazione da esplorare: esigere una religiosità non più fondata sull’ipocrisia e sull’equivoco dei comportamenti, ma sulla correttezza e la connessione delle scelte individuali: che non faccia abbracciare la fede solo per paura o per convenienza, e in ultima istanza, solo perché come diceva il cinico Sordi: hai visto mai?

