Si legge sempre meno. Le statistiche sono impietose e ci restituiscono un panorama molto deludente di persone che smettono di leggere sin dall’ età adolescenziale (anche meno al sud, in tutti i sud del mondo s’intende, meno nelle campagne, meno nelle periferie, meno nei treni, negli autobus, nelle sale d’attesa, nei bagni degli appartamenti dove un tempo almeno un giornale si sentiva svolazzare); ma i numeri, le percentuali si abbassano sempre di più e registrano un livello assai modesto di lettori in tutto il mondo occidentale sviluppato in cui rientra, purtroppo a pieno titolo, anche l’ Italia; in questi casi non è il dettaglio che conta ma il trend, per così dire in crescita, dei non lettori, di quelli che non hanno più tempo e di quelli che, tanto, è tempo perso.
Un popolo di gente che sempre più ignora la necessità e la bellezza della parola, semplicemente ne fa a meno. Niente fronzoli, comunque. Si vive benissimo anche senza conoscere il sesto canto dell’Odissea. Scrive Baricco nella Sposa Giovane, con un filo d’ironia: “..c’è già tutto nella vita, a patto di stare ad ascoltare, ed i libri distraggono inutilmente da questo compito, a cui tutti, in questa famiglia, attendono con una dedizione tale che un uomo assorto nella lettura non mancherebbe di apparire come un disertore..” e d’altra parte avere a disposizione tanti libri non significa poi che sia un dovere morale quello di leggerli tanto più, che come osserva Daniel Pennac in Come un Romanzo: il verbo leggere non sopporta l’imperativo, ed infatti, aggiunge: si è mai visto un innamorato che è costretto ad amare? .
A volte le parole vengono a mancare. Semplicemente non ti vengono. Nel bel mezzo di una frase, mentre si è alla ricerca di una definizione, di un paragone che introduca, di una metafora che illumini, così all’improvviso, la parola si sottrae, il termine viene meno, l’espressione si infrange nella fitta boscaglia della mente. In quell’istante si cerca una via di fuga, una circonlocuzione, un derivato linguistico, una perifrasi smarcante, cerchi di prenderla alla lontana insomma, ma finisci arenato in una laguna fetida senza sostantivi, mentre il tuo discorso si decompone e perde di fascino.
La parola quando manca, quando non sovviene può essere segno di qualche piccola malattia, qualche cedimento dell’età, o la mancanza di abitudine al suo maneggio e quindi all’assenza di allenamento con la lettura. Ci manca la parola anche perché non la cerchiamo, non la annotiamo, non ne facciamo uso. Eppure ci arriva sin dalla nascita attraverso il fiato, il sospiro, attraverso i suoni e i languori sussurrati della madre, direttamente dalla sua bocca, dalle sua membra, “… una sorta di sciame che non risponde ancora alle leggi del linguaggio, ma che ne costituisce la materia prima …” scrive Massimo Recalcati, solo dopo si trasforma in linguaggio, in dialogo, ascoltando le fiabe sussurrate prima del sonno o seduti davanti al fuoco, insieme agli adulti; era lì che si tramandavano le parole dei grandi e si imparava a maneggiarle, qualche volta non si capiva appieno il senso e talaltra spaventava il loro ignoto significato che solo in seguito si riusciva a svelare, ripetendole per gioco durante la giornata, anche per renderle innocue, per renderle amiche.
Ora invece le parole lette e raccontate, sussurrate, invocate nelle fiabe e nei discorsi degli adulti sono sparite, le parole sembrano aver perso il loro gusto, il loro sapore profumato e misterioso, il loro accento rivelatore. Non sono più strumento di conoscenza ma fanno parte di un tracciato di idiozie tirate su a comando, uno stornello senza ritmo, un astruso sms isterico e prolungato, un ingorgo di amenità improbabili da condividere meccanicamente come una cantilena amorfa, somigliante al vocio silenzioso ed ebete che rimbomba nelle case di cura dove si ascoltano lamenti e si condividono dolori altrimenti inesprimibili. L’assenza della parola provoca sofferenza e disagio.
Dicono gli esperti che la tecnologia digitale utilizzata dall’umanità, e non solo dagli adolescenti, diviene autismo da walk, frenesia da smartphone, non aiuta allo sviluppo ordinato della mente, inibisce la memoria oltre alla capacità di scrittura, se non altro perché lo sforzo e la disciplina dell’apprendimento sono parte integrante della maturazione e dello sviluppo del cervello. Se il cervello è un muscolo andrebbe allenato, sollecitato, anche obbligato a comporsi e ricomporsi sino a sentirne male, mentre la correzione automatica dei tablet o il copia incolla digitale impoverisce e rende asfittico ogni pensiero, ogni forza espressiva.
Forse per questo la strada dell’erudizione viene percepita dai ragazzi solo come faticosa, e l’educazione alla lettura quasi un castigo, preferendo il godimento spensierato del web, il suo contatto liberatorio senza sentirsi colpevolizzati e osservati anziché incoraggiati e accompagnati nella ricerca del proprio benessere.
Le statistiche ci rimandano una realtà fatta di pochissimi lettori e grandissimi videodipendenti. Ma allora la domanda vera e imprescindibile è: si può invertire questa tendenza? E’ inutile continuare a fingere di non sapere le due cose fondamentali da cui ripartire, e cioè che da un lato la scuola sembra aver perduto ormai il dono supremo all’insegnamento e al piacere della lettura, mentre la famiglia rimane incredula, sfiduciata e costretta a delegare un impegno che invece le spetterebbe di diritto (se non altro perché i figli sono della famiglia e non della scuola).
Nel suo ultimo libro Niccolò Ammaniti descrive un mondo colpito da un virus letale che provoca la morte di tutti gli umani ma tiene in vita solo i bambini sino a 14 anni; una madre morente consegna nelle mani della figlia adolescente Anna, alcune istruzioni fondamentali a cui attenersi per poter sopravvivere. Le raccomanda insieme ai consigli di medicina e di cibo anche, e soprattutto, il compito di imparare a leggere suo fratellino Astor per essere anch’egli preparato ad affrontare le difficoltà della vita, per decifrarne le insidie, per poterle comprendere e dominare. Senza la parola non si governa se stessi e si perde l’orientamento della nostra esistenza.

