La notizia assai curiosa dell’on. D’Alema che accusa il premier Renzi di arroganza è sembrata a molti osservatori anche un po’ paradossale. Non perché Renzi fatichi molto a nascondere la sua aria spavalda e incautamente sfrontata, anzi in alcune circostanze politiche assume proprio un cipiglio da provocatore o, alternativamente, da gran cerimoniere istrionico che solo la genia fiorentina mitiga in una impronta più sorniona e birbante; insomma parliamo di un archetipo di giovanotto baldanzoso e irriverente, audace, forse permaloso ma non lo sentiamo affatto malevolo.
Comunque sia, altra cosa è l'arroganza intellettuale del politico di lungo corso D'Alema. Un’arroganza sanguigna, altera, quella del dopo di me il diluvio, sadica e dotta, ma anche dispotica e dispettosa, incontrovertibile. Un’arroganza, diciamo, che fa scattare l’applauso, proprio perché magnifica il nocciolo del divenire storico, delle masse in marcia, del preludio al sol dell’avvenire. Un’arroganza escatologica dove si incapsulano acutamente pillole di saggezza e umana compassione, dove la perfidia lascia il posto al garbo e all’intelligenza più feroce; per questo fa molto male quando si manifesta. In essa si appalesano le temerarie gesta del pistolero Wild Bill Hickok, freddo e spietato, preciso al millimetro ed essenziale: non scatenava mai una rissa ma quando interveniva era per porne sicuramente fine.
In ogni caso l’arroganza non è poi un problema personalistico ma appartiene a gran parte della classe politica italiana e le cronache di questi giorni purtroppo abbondano di penosi rimandi. Tuttavia ci chiediamo cosa c'entri Renzi con questa sinistra ultramedievale che va ancora alla ricerca affannosa del proprio credo, delle proprie tracce polverizzate da endemiche sconfitte invece di dileguarsi anche per riassettarsi, per rielaborarsi, riavvolgendosi in un proficuo rewind autocritico e propositivo di nuovi linguaggi, di nuove traiettorie, di nuovi spunti che non siano quelli tediosi e autocelebrativi dei Convegni tra eletti o quelli dettati nei resoconti giornalistici dai Civati o dai Fassina eternamente insoddisfatti, a cui manca sempre una virgola, ma che pur intravedono masse incredibili da convincere, da intercettare o, alla men peggio, da inventare di sana pianta.
E questo dopo decenni di amarezze e derisioni, dopo almeno due recenti governi della sinistra che non sono stati in grado di argomentare una buona politica del welfare, dell'economia e del lavoro ( tacendo, per carità di patria, delle riforme costituzionali) ed ora la ritroviamo intatta con gli stessi identici ritornelli in qualche iniziativa carbonara; perché è sempre il momento di marcare le distanze, di prendere posizione, sempre alla riscoperta di incredibili spazi politici da colmare, vuoti da riempire, coalizioni sociali da cementare, interstizi cosmici e infundibuli in cui farsi scivolare freneticamente per creare finalmente un'alternativa credibile, come se negli ultimi decenni non ne avessimo avuto a bisacce di opportunità, sprecandole tutte.
Crediamo invece necessario che da parte di uomini saggi e pieni di storia arrivasse un segnale forte di aiuto, di contributo disinteressato alla risoluzione dei problemi e non la solita tremenda predisposizione al malcontento e alla sfascio perpetuo. Essere minoranza, è noto, a volte non significa avere idee minoritarie come dimostrano le tante battaglie vinte dalla pattuglia radicale o la capacità attrattiva e trainante di Aldo Moro che all’interno della Democrazia Cristiana non è mai andato oltre il 10% di consensi. La contrapposizione dialettica è un toccasana per il dispiegamento della vera democrazia, mentre il costante mugugno e la imperitura affermazione di sè non giovano se non ad intorpidire le acque già molto agitate e putride della nostra politica. Servono le idee e i principi, anzi serve, in un momento così delicato per la nostra storia, mettere a disposizione le idee e i principi.
Il maestro Claudio Abbado ricordava in una recente intervista il vecchietto di "Amarcord" che andava ripetendo "Mi son perso" .Siamo come quel vecchietto lì, continuava, ci siamo persi non nella nebbia ma dietro a mezze figure, che anche quando parlano evidenziano la loro pochezza, nell'uso di un linguaggio spesso banale se non addirittura volgare. L'intervistatore gli chiede: come se ne esce? E il maestro gli risponde: pensi alla musica, alla etimologia del termine sinfonia "sun phonos", suonare insieme. Tante parti, diverse l'una dall'altra ma che muovendosi contemporaneamente e non disturbandosi tra l'oro, bensì aiutandosi, producono il bello con la B maiuscola….la dissonanza, come momento di tensione e di crisi, c'è e ci deve essere per poi confluire in una consonanza. Allora usciremo dalla nebbia. Aggiungerei: oltre l'arroganza.

