Proprio su un albero di ulivo ho imparato a leggere, o, per meglio dire, ho scoperto il piacere della lettura. Ricordo ancora il libro: Niente di nuovo sul fronte occidentale di E.M. Remarque. Non ho mai capito bene perché durante quell’estate mi trovavo quel libro tra le mani, e tantomeno mi sembra che allora, essendo ancora abbastanza inconsapevole, avessi già maturato una particolare sensibilità riguardo al tema trattato dal libro cioè l’orrore e l’inutilità della guerra, ma certo, forse per la narrazione molto scorrevole, dopo ne ho letti altri dello stesso autore, fino a leggerli tutti. O quasi.
Il fine giugno di quell’anno fece molto caldo in campagna, dai nonni. Quando nel primo pomeriggio i lavori attorno alla masseria si fermavano, anche se non c’era un orario preciso in cui i lavori dovevano essere fermati, ma si interrompevano improvvisamente, quasi d’incanto, come una breve tregua, tutto sembrava sospeso nella calura estiva; e mentre quel frenetico via vai faticoso e intriso di sudore secco veniva interrotto, come accadeva per prassi e da secoli nelle nostre terre, allora io proseguivo tra le macchie di lentisco e qualche ginestra isolata per arrampicarmi su quell’ albero di ulivo, dietro la masseria.
C’erano altri alberi di ulivo per tutto il “cugno” nel vallone sottostante ed anche sul pianoro che saliva adagio sino all’ingresso delle montagne; gli ulivi erano probabilmente tutti secolari, ma presi l’abitudine di intrattenermi sempre sullo stesso albero; anche se si è convinti che tutti gli alberi di ulivo si somigliano, soprattutto se visti da lontano, come ci suggeriscono le grandi distese viste dal finestrino di un aereo che sta planando per atterrare, non è proprio così. Proprio perché ogni albero, anche se piantato nello stesso momento ed allevato dalla stessa mano, non è uguale ad un altro, perché ogni albero si adegua alla vita con una intensità diversa, a seconda dell’esposizione, della terra che gli sta sotto, del tipo di vento che lo scuote, delle malattie che ha dovuto e saputo superare, delle manchevolezze subite dagli animali e dall’uomo.
Il mio albero era formato da un tronco a tre braccia, molto facile da salire, facile da accovacciarvisi dentro. Mi appoggiavo facendo scivolare la schiena contro il braccio principale, quello dove la corteccia mi sembrava più liscia e meno scorticata dal tempo e poi, cautamente, allungavo le gambe distendendole sulle altre due braccia che erano un po’ più oblique e laterali. Era come stare dentro un quadro in cui io e l’ulivo eravamo il disegno. Mi sedevo e posso dire che in campagna, dove passavo le mie estati, non c’era in casa un divano più comodo e accogliente.
Il Barone rampante di Calvino l’ho conosciuto un po’ di tempo dopo, al liceo, e mentre lo leggevo pensavo spesso alla incredibile fiducia che Cosimo, il protagonista del libro, aveva concesso al vivere e prosperare sugli alberi sino a trascorrervi l’intera sua esistenza; pensavo inoltre che quelli raccontati da Calvino erano legami naturali e indissolubili, fossero alberi o nidi di ragno, tramandati attraverso i secoli dentro le persone, attraverso intere generazioni come testimonianza, come eredità di sangue e di memoria.
Quell’albero di ulivo mi invitava tra le sue viscere, dentro le sue cavità scavate dal tempo, nella sua frescura tiepida dei pomeriggi caldi e terribilmente afosi smerigliati di polvere e spighe di grano. Non esiste un posto più fresco e protettivo di un albero di ulivo. Non c’è condizionatore d’aria che possa rilasciare una frescura così tenera, premurosa e rigenerante fino a sentire entrare nella pelle il battito svolazzante e sinuoso delle sue fronde.
Sono stato fortunato a trascorre quei pomeriggi sopra quell’albero d’ulivo; credo che se fossi stato un ragazzo di oggi forse non ne avrei avuto l’occasione o forse avrei preferito non appassionarmi alla lettura o a qualche altra forma di piacere; a guardarsi intorno sembra davvero che non ci siano più ragazzi disposti a farlo e non perché non ne abbiano voglia, perché i ragazzi hanno sempre una voglia istintiva di salire sugli alberi, se non altro per il solo gusto di guardare le cose dall’alto in basso o per darsi delle arie, meravigliandosi di scoprire nuove prospettive.
E non riesco neanche ad immaginare purtroppo genitori che spingono i propri figli a salire e scendere dagli alberi, come scoiattoli, per tanti motivi che possiamo comprendere. Se fossi oggi il ragazzo di allora me ne starei rilassato comodamente sul sedile posteriore della macchina dei miei genitori a ridere e progredire con il mio smartphone. E non me ne farei affatto una colpa, perché mi avrebbero cresciuto così. Non starei a chiedermi se gli alberi hanno una loro anima o hanno bisogno di buone pratiche agricole, come si dice oggi, per venire su robusti e prolifici. Non avrei voglia di chiedermelo o forse preferirei non chiedermelo affatto come sosteneva lo scrivano Bartleby. Non farei una piega, per non apparire fuori tempo, e salirci sugli alberi, amandoli, neanche a pensarci.

