Il passaggio in televisione della serie sul commissario Montalbano ci trasmette un mondo perfettamente all’incontrario. Esiste poi davvero una Sicilia così? Con questi suoi personaggi impregnati di principi antichi e genuini ed una terra non più aspra e tormentata ma splendente di paesaggi arcaici e struggenti, di una lucentezza carica di magia.
Finalmente una terra sorridente, piena di sapori recuperati, piena di simpatia, ma soprattutto pieno di donne.
Nel suo primo romanzo datato 1978: “Il corso delle cose”, Andrea Camilleri introduce una donna di nome Carmela ancora nubile e un tanticchio zoppa; quando Vito, il protagonista del racconto, si reca a casa sua per parlare d’affari con il padre, Carmela gli apre la porta e..…” lo fece accomodare nel salotto, spalancò vetrate e persiane, gli domandò se gradiva un caffè…...
poi mentre Carmela usciva Vito notò che era fatta bene e che il movimento del corpo, per la gamba strascinata, era come se ogni due passi facesse la mossa”.
Una donna all’apparenza dimessa, quasi insignificante, segnata da madre natura, si trasforma improvvisamente in una icona altera e magnetica, attraente anche con la ferita, chiave di volta inconsapevole nel circuito degli eventi. Camilleri ci ha abituato a queste figure sobrie e decisive, che conservano sempre il controllo della situazione, tenaci e sorprendenti, che per quanto storpie e malmesse, come Carmela, risultano alla fine vigorose e misurate, traghettatrici di sogni e di promesse immaginifiche.
L’ultima in ordine di tempo e di lettura è stata la vedova del povero Manueli Persico che… ” spirò quando ormai aveva novantasette anni, lasciando la moglie sola e senza sostegno”. Precisando subito, in forma di sadica provocazione, come una schioppettata nel cervello stupefatto del lettore: “Ora abbisogna sapiri che la povira vidova di don Manueli Persico aviva vinticinco anni ed era ‘na biddrizza da fari spavento”.
Le donne di Camilleri si presentano così, non sono mai un ripiego nel racconto, non entrano mai di straforo nelle vicende, anzi sono esse stesse pretesto e sostanza narrativa intorno a cui tutto ruota, tutto si propaga, si indirizza e si concretizza, protagoniste nello sbrogliare la matassa degli accadimenti; è il lato benefico delle donne, ferme, decise, astute, mai vaporose e mai sciatte e, soprattutto, mai sdolcinate: decidono loro la curvatura del destino e in un certo senso gli uomini ne subiscono il ritmo e il respiro restando solo “gli officianti del rito”.
Donne di una sensualità inaudita, primordiale e pungente, sovrane di un eros pulito e avvincente, mai lascivo e sguaiato, orgogliose di contenere nelle loro braccia l’intero “universo criato” su cui saltella la commedia umana; “ fimmine” con cervello e tacchi alti, che emanano calore, che ti fulminano e ti sgretolano in una sudditanza arrendevole e compiacente, che arrivano al dunque e gestiscono il dunque, presentandosi in una moltitudine sconfinata perché sono uno e centomila, “mai nessuna”.
Senza questo immenso universo femminile la fantasia di Camilleri non avrebbe avuto alcuno sfogo, non avrebbe avuto corpo e per di più il suo commissario Montalbano, suo alter ego, non l’avrebbe mai spuntata, perché senza l’ausilio dell’irrequieta Livia, senza la bionda Ingrid, la mantide Sofia, la fedele cameriera Adelina, il commissario sarebbe rimasto incastrato nel fluido pacioso e inetto delle proprie indagini, sfarinato nel cestello impoverito della sua scontrosa disillusione.
Un altro grande artista, Federico Fellini, ha avuto uno stretto legame con le donne rappresentandole con la sua incommensurabile immaginazione ed inesauribile candore all’interno di un vortice voluttuoso e infuocato, intrigante e ossessivo. In Fellini rivivono gli afflati carnali della provincia romagnola, madri e compagne dai seni prosperosi e accoglienti con sederoni trionfanti, patrimonio custodito della sanguigna tradizione contadina per nulla indecente e volgare, in cui la fisicità è figlia del lavoro e dello sforzo millenario coniugato al piacere spasmodico della vita e alla lussureggiante risata riparatrice.
La donna trasgressiva che ammalia ed affoga, ammorbidendole, tumultuose angosce quotidiane attraverso il dolce brivido della strusciata e dell’ammiccamento. Anche Fellini mette in scena il loro lato benefico seppure magico riprendendo in primo piano i movimenti ed i loro occhi sognanti, nel riverbero di pellicole girate quasi al rallentatore, con la manovella, per farci sentire sprofondati ed esausti in mezzo al magma roteante e struggente dell’eros. Il grande regista le disegnava per imprigionarle nella sua mente e poterne così prolungare l’incantesimo. Era l’illusione sconfinata a voler forzare la realtà, sua complice, per poter preservare il piacere e soddisfare il desiderio, attraverso la menzogna fascinosa e crudele.
Due modi e due mondi, infine, molto contrastanti ma entrambi colorati di energia e seduzione. La donna di Camilleri fa riflettere e rasserena mentre le donne di Fellini fanno smarrire l’orientamento per mezzo della loro debordante esuberanza. Sono due idee di femminilità a volte irraggiungibili, certamente rare, forse estreme, ma autentiche e raggianti, come leccornie deliziose gustate spaparanzati sul balconcino di un vulcano, in attesa che esploda filami d’argento e di fuoco spropositati e sfibranti. Niente di cialtronesco e niente di ostentato, niente di mellifluo che possa ricordare la donna oggetto o la diligente escort irrequieta e frettolosa, molto moderna, ma molto truculenta e soporifera.

