Due pensieri sono riapparsi improvvisamente nella mia mente mentre seguivo la diretta televisiva del dibattito sulla riforma del Senato, due pensieri entrambi presi a prestito dall'ultimo libro di Francesco Piccolo “Il desiderio di essere come TUTTI”
che avevo appena finito di leggere. Il libro intanto è una lucida e struggente narrazione degli avvenimenti che hanno caratterizzato più di quarant’anni della nostra stagione politica, intrecciati da vicende autobiografiche. Storie personali vissute e raccontate da un ragazzo cresciuto con idee sinceramente di sinistra, così come tanti ragazzi della stessa generazione cresciuti negli anni 70 e diventati adulti con l’imbarazzo poi di dover ammettere, quasi giustificare, con uno sforzo di autoanalisi, l’inevitabile appannamento delle idee in cui si è sempre creduto e si continua, nonostante tutto, a credere.
Il primo episodio preso a prestito dal libro parte proprio dal racconto dell’autore innamorato pazzo della sua compagna di banco al ginnasio, Elena dai capelli biondi e dall’ aspetto altero, e del suo tentativo, fallito miseramente, di far colpo su questa ragazzina che aveva fatto dell’impegno politico e sociale il motivo guida della sua vita: quel tipo di donna che da che mondo è mondo viene descritta come una pasionaria; le pasionarie, com’è risaputo, sono ferrigne e senza filtri compromissori, tenaci e sempre pronte ad infilarsi a fronte alta in una qualche provocazione politica, sempre pronta a dettare e mettere in pratica “la linea”; ferma sui principi, imperterrita nelle sue convinzioni e nelle sue azioni. La pasionaria non si innamora, non si veste, non frequenta luoghi ludici, non fischietta canzonette, non perde tempo dietro ammiccamenti e liturgie, non si piega, non acconsente.
Forse perché sente questa giovane donna così diversa e distante dalla sua indole tanto docile e remissiva, e sempre per quei misteri beffardi e struggenti dell’innamoramento, il nostro autore ne è irrimediabilmente attratto. Così quando ansimando cerca di stupire Elena regalandole per il giorno di San Valentino uno Snoopy di peluche è certissimo che con quel gesto, con quella mossa audace potrà legittimare la loro unione, il loro fidanzamento; quando però Elena scarta l’involucro di carta, per giunta di colore rosa, già infastidita per quell’avance troppo rituale e retrogrado, e prende in mano il peluche rimane agghiacciata, inorridita: poteva mai pensare una pasionaria anche se di soli 15 anni ad un gesto romantico, ad una chiara e dolcissima dichiarazione d’amore? Giammai! Si può perdere tutto questo tempo dietro una manifestazione sentimentale così futile e puerile? Giammai! Ma come ti viene in mente di festeggiare San Valentino con tutte le cose che succedono nel mondo che si debbono fronteggiare?
Mi sono chiesto quante donne abbiamo conosciuto così determinate, puntigliose, a volte esagerate, che non mollano mai, come scrive F. Piccolo, simili alla Katie del film Come Eravamo (io invece ho pensato all’Anita interpretata da Stefania Sandrelli in Novecento di Bertolucci), o, per tornare al dibattito in Senato, anche a Loredana De Petris, capogruppo Sel, che in piena bagarre urlante chiede perentoria al Presidente Grasso di poter intervenire per un eccezione sull’iter dei lavori in corso, protestando per l’ illegittimo utilizzo del canguro, fiondandosi sulla deriva autoritaria che mina le basi della nostra democrazia, e per piacere voi laggiù che vociate forse è meglio che mi state a sentire, procedeva perentoria, perché, caro presidente, il comma cinque dell’articolato, del regolamento interno della Camera prevede espressamente che per la discussione sulle riforme costituzionali….signor presidente stia attento, la metto in guardia, ed anche per questo, concludeva, noi manteniamo i nostri 1400 emendamenti, soprattutto per salvaguardare la democrazia.
Ma come, mi chiedevo, voi mantenete i vostri 1400 emendamenti per salvaguardare la democrazia? Non perché da più di cinquant’anni sentiamo dire che il bicameralismo è imperfetto, che si perde troppo tempo a legiferare, che non ci possiamo permettere due camere, che i costi della politica sono troppi e che va beh! se non tutto è preciso in questa fase pazienza portiamo a casa il risultato del Senato non elettivo e poi vediamo? Siamo sopravvissuti ad un ventennio di disfatte politiche, abbiamo dovuto ingoiare rospi fino a strozzarci, abbiamo perso il fiato per cambiare un briciolo di questo sistema bicamerale e adesso che possiamo fare un passo avanti sulle strade delle riforme presentiamo ben 1400 emendamenti per salvaguardare la democrazia?
La seconda cosa presa a prestito dal libro di F. Piccolo, in parte conseguenza della prima, è stata la sensazione di malessere e sbigottimento dell’autore nel timore di aver contribuito lui per primo, paradossalmente, e con il concorso di intere generazioni di sinistra, alla sua disfatta, o come meglio la vogliamo chiamare. Il racconto si snoda allora sulla madre di tutte le decisioni assurde, astruse e ancora inspiegabili ma che determinò conseguenze amarissime, cioè il discorso con cui nel 1998 l’on. Bertinotti decise il ritiro delle sue truppe dalla maggioranza provocando “finalmente”, per lui, la caduta del governo Prodi e la nascita “finalmente” per lui, del ventennio di Berlusconi. Anche quel discorso nasce dalla gradevole sensazione che si sprigiona nell’anima dei perdenti come una fatale attrazione, scrive F. Piccolo, che “nasce dall’idea che la sconfitta sia davvero la perfezione della purezza (in quanto noi ne restiamo fuori e, in ogni caso, non possiamo cambiare il mondo perché siamo troppo occupati a rimproverare tutti gli altri….)”.
Della propensione alla sconfitta, anzi della goduria alla disfatta perenne di certa sinistra pura e dura, ideologicamente avanzata, che parla forbito ed in modo autorevolmente astratto, ormai siamo abituati e ce ne dobbiamo fare una ragione.

