Non c'è purtroppo nessuna evidenza che dimostri l'inversione di rotta delle banche nel concedere ed erogare credito. Difatti continuano ad essere pubblicati dati incontrastati sulla dinamica perennemente negativa di prestiti e finanziamenti alle famiglie e alle imprese
che ripiegano nonostante aneliti piuttosto allarmati e pressanti che le invitano a destinare almeno una parte della liquidità per iniziare ad ossigenare e, ancora di più, stimolare e condizionare in modo positivo la ripresa.Sarebbero richiesti, insomma, segnali concreti e palpabili interpretabili dal mercato, oltre agli annunci e alle sottoscrizioni di accordi bilaterali, come una scossa immediata e ineludibile di ottimismo avvertita come precondizione dell'auspicata crescita economica.
Mancano all'appello diverse migliaia di euro in un contesto in cui, considerata la fragilità della struttura industriale italiana, la stragrande maggioranza delle risorse finanziarie investite sono rappresentate da finanziamenti bancari, pochissimi mezzi propri imprenditoriali, scarsi o nulli interventi da istituzioni finanziarie o fondi pensionistici. Quasi tutto il credito che arriva sul mercato viene tirato fuori dalle banche e questo è sempre stata la loro forza ma, in condizioni di crisi epocale come quella attuale anche la loro debolezza strutturale. Da molte parti si afferma che in assenza di credito non ci possa essere sviluppo, nell'ultimo rapporto pubblicato da Confindustria si determina in circa 90 miliardi di euro la cifra che manca all'appello per far ripartire l'economia ormai allo stremo, mentre gli ultimi dati sono sempre più sconfortanti..
Ma allora perché le banche non sono più disponibili ad erogare prestiti? I motivi di questa resistenza sono stati anch'essi ampiamente evidenziati e se ne trovano traccia in modo esaustivo nelle Considerazioni finali del Governatore della Banca d'Italia. La prima di tutte è quella di non incrementare il livello già elevato delle sofferenze: in periodi normali di crescita la percentuale di insolvenze non supera il 2/3 per cento sugli impieghi effettuati, mentre oggi supera il 7% a cui vanno aggiunti altrettanti crediti deteriorati; questo dato indubbiamente spaventa le banche e le rende molto sospettose ed inattive su questo fronte. Un altro buon motivo è la necessità impellente di rafforzare innanzitutto il proprio grado di patrimonializzazione così come previsto dalle norme emanate dalle Autorità preposte e dai rigidi regolamenti contenuti nei Trattati di Basilea,. Motivo anch’esso giustificato al fine di rendere le banche quanto più solide e fortificate rispetto ad eventuali scosse finanziarie. Ci sarebbe da aggiungere inoltre la necessità di ripulire e riqualificare le proprie attività di bilancio contaminate da anni di finanza creativa e proditoria che però hanno reso vulnerabile l'attività caratteristica dell'operatività bancaria ed in cui l'attenzione verso il mercato era piuttosto proattiva sebbene rivolta verso un immediato e fruttuoso tornaconto.
A questi motivi senz'altro validi e argomentati non sarebbe del tutto artificioso aggiungere un aspetto dimenticato e forse oggi poco attrattivo riguardo alla insostituibile posizione sociale ricoperta con grande merito dalle banche negli ultimi decenni dell'evoluzione economica del nostro paese.
La rinuncia e la perdita di questo status di capitale importanza è anche la causa e l'effetto della indisponibilità delle banche ad essere presenti, interpreti ed anche volano del cambiamento socio-economico. L'incapacità a uscire dal torpore incrostato di norme invalicabili e di processi decisionali rigidi e asettici deve essere registrato come il fatto nuovo e incontrovertibile che rende vani gli appelli ad una maggiore presenza (o ad una migliore presenza) sul tracciato molto tortuoso che la società italiana sta attraversando. L'etica della responsabilità forse accantonata e maldigerita non prevede alcuna variante strategica dal punto di vista commerciale ed organizzativo in quanto prevale una rigida dimensione aziendalistica fortemente separata dal contesto.
Il rischio da scongiurare è dunque il progressivo abbandono di ogni ruolo di protagonista autorevole della trasformazione e innovazione della società, di propulsore economico, di regolatore e moltiplicatore di processi economici e finanziari. Una banca senza respiro sociale diventa un meccanismo povero e cinico che si allontana dalla propria fondamentale funzione di utilità collettiva. E tutto ciò senza dover in alcun modo abdigare al proprio diritto di impresa che valuta con attenzione e scrupolo le proprie convenienze di business e senza mai dover rinunciare alle proprie insindacabili scelte decisionali e strategiche.
In questo insistente dibattito sul credito alle imprese in cui gli industriali e la politica chiedono al sistema bancario di intervenire sul mercato mentre le banche reclamano il loro diritto a non scalfire il proprio patrimonio concedendo prestiti "a perdere” aspettando tempi migliori e più profittevoli si ha come l'impressione che alla fine di questa lunga traversata non debbano restare sul campo solo macerie inservibili e luoghi da cui continuare a negarsi e fuggire.

